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A casa dopo il lavoro faticoso. Mi tolgo le scarpe e mi siedo a tavola per la cena. Ma non ho fame. Ho lo stomaco chiuso.

Mi guardo intorno in cerca di qualcosa che spieghi l’inconsueta inappetenza.

Osservo con attenzione quello che di solito è scontato. Il televisore acceso, il tavolo imbandito, mia moglie dolce e affettuosa come sempre. Il piatto fumante che occhieggia invitante. Le posate che luccicano di brillantante. Sul tavolo pane fresco, acqua, vino, frutta.

Ma un movimento lieve e felpato attira la mia attenzione.

E’ Luna! La mia gattina morbida e dispettosa. Mi guarda col suo faccino bellissimo e rassicurante. Mi osserva. Seduta composta accanto alla mia sedia mi scruta attentamente. Di solito non lo fa. Non con quella dolce insistenza.

Il suo sguardo mi dice qualcosa. Mi avverte che anche lei sta indugiando. Perché sente il mio disagio. La mia disperazione.

E finalmente piango. Di un pianto accorato e irrefrenabile. Piango lacrime dolorose.

Stasera bambini e adulti non avranno la cena. Le loro bocche sature di calcinacci non avranno mai più un pasto caldo. Né colazione né pranzo. Non avranno un letto per dormire.

Mi riprendo. E decido di alzarmi dal tavolo.

Luna si avvicina sinuosa alla ciotola delle sue crocchette. Ma io non cenerò. Andrò in soggiorno a guardare la ferita che ha colpito la mia gente. E pregherò per loro. Che da stanotte hanno intrapreso una via crucis interminabile. Che durerà anni. Forse la vita intera.

Quante mamme e figli e nonne stasera senza cena, senza televisione, senza vestiti e senza casa. Senza niente. Senza affetti preziosi spezzati da morte improvvisa e violenta.

Dio… Dio Onnipotente che guardi tutti noi. Di tanto in tanto vuoi rammentarci la nostra fragilità.

E io accetterò. Per diventare più umile.

Poi farò il possibile per dare aiuto a una mamma abruzzese che nella tempesta della Terra ha perso la sua bambina preziosa che amava tanto.

La cercherò fra le tante, e le darò il mio soccorso.

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Lunedì, 6 aprile 2009. Giorno del terremoto in Abruzzo.

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