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A dodici anni abitavo in campagna. Nella casa dei nonni. Facevo la seconda media, e tutte le mattine andavo a scuola in città. La mia scuola si trovava al centro della Villa Comunale, e per raggiungerla dovevo inerpicarmi su per un ripido sentiero che dalla valle di Santa Maria Calvona s’arrampicava fino in cima alla collina. Sulla cui sommità sonnecchiava la mia Chieti.

Il sentiero era sterrato e sconnesso. E quasi sempre era percorribile con notevole difficoltà. Fango con la pioggia, neve e ghiaccio in tempo di neve.

Le case lungo il sentiero erano rare. Perciò nessuno si occupava della manutenzione di quell’impervio viottolo. Mi sembra di ricordare che pioggia e neve fossero più frequenti del bel tempo.

Il fango si attaccava agli scarponi finendo per sporcare anche i pantaloni. La neve si accumulava in fretta su tutto il percorso. E si faceva rapidamente alta. Il mattino dopo si doveva fare i conti col gelo che rendeva tutto liscio e pericolosamente scivoloso.

Prima di arrivare a scuola attraversavo una grande porzione di parco. Il meraviglioso giardino della mia città.

Lo percorrevo in fretta e senza guardarmi troppo attorno. Perché io ero un bambino di campagna. Hai visto mai che strada facendo mi capitasse di rubare qualche bella immagine col rischio che mi si conficcasse in testa come un chiodo da tortura!

Ma un bel giorno accadde.

E  strada facendo gettai lo sguardo sul limitare di un piccolo orto fiorito dove una bambina bionda stava giocando col suo gattino.

Un’occhiata fugace. Un amore fulmineo.

Seppi che si chiamava Gabriella. Una bimba malata di leucemia destinata a morire precocemente.

Viveva in quella casa che non era la sua.

Era stata colpita dalle radiazioni emesse da un grappolo di bombe cadute sulla sua casa il giorno in cui era nata. I suoi genitori erano morti. Lei era stata salvata e adottata da una coppia di sposi che abitava in una casetta di periferia. Accanto al parco.

Quella figuretta esile e dolce mi entrò in testa come un chiodo. La cercavo oltre il cancello ogni mattina. Spesso mi capitava di vederla. Allora correvo contento  verso la scuola. Ma quando non riuscivo a vederla diventavo triste e speravo d’aver maggior fortuna il giorno dopo.

Passando davanti a quel meravigliso paradiso, cercavo di nascondere il fondo dei miei pantaloni sporchi di terra, e gli scarponi appesantiti dal fango rappreso.

Non scambiai mai una sola parola con lei. Ma dopo averla mangiata con gli occhi mille volte, mi sembrava di conoscerla fino in fondo.

Un giorno mi parve d’intravvedere un tenue sorriso sul suo musetto di gattina.

Fu l’ultima volta che la vidi.

Sono trascorsi cinquant’anni da quei giorni.

Oggi ho saputo che Gabriella era riuscita a salvarsi dalla sua terribile malattia. Era diventata mamma e nonna, ed è morta ieri. Travolta da un pirata della strada.

Stava accompagnando la sua nipotina a scuola, nella mia scuola, quando, strada facendo, uno stronzo l’ha falciata a centoventi chilometri l’ora.

Ho pianto di rabbia perché strada facendo, un giorno di tanti fa, avevo osato gettare una temeraria occhiata dentro quel piccolo paradiso fiorito.

Ma subito dopo ho versato lacrime di commozione per una stupenda bimba bionda che ha avuto il coraggio di vivere.

E di morire.

Dalle colonne della cronaca cittadina ho appreso che prima di essere investita, Gabriella aveva avuto il tempo, e il coraggio, di lanciare la nipotina lontano. Fuori dalla micidiale traiettoria del bolide impazzito.

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