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Lo vuoi un po’ d’amore?

Il mio non è di gran valore.
Poche lacrime d’affetto.
Sono stille di dolore.

Sulla pancia un peso duro che mi opprime e che mi angoscia. E non mi lascia respirare.
Avevo preso carta e penna per scriverti qualcosa. Ma poi giunsi a questi scogli.
Nella mente la dolcezza del racconto appena letto.
Una storia delicata ascoltata cento volte.
Ma ogni volta sempre nuova.
Perciò l’ho letto e l’ho riletto, con pazienza e attenzione. Scoprendo sempre cose belle.
Sentimenti palpitanti di mille immagini a colori.
Emozioni sempre forti. Delicate a onde lievi.
Che ti smuovono il profondo.
Ed era tuo. Solo tuo.
Il racconto di Serena.

La vita? Io ci sto con leggerezza, malgrado i pesi sulla pancia.
E tu?
Non lo vuoi un po’ d’amore?
Forse non è di gran valore.
Ma sono lacrime d’affetto.
Perché son stille di dolore.

La fantasia va lontano. Per evitare la durezza. Almeno quella di stanotte. Fino all’alba di domani.

Serena, amore grande del mio cuore, sempre caldo, sempre mio. Dipingi quadri di poesia. Che poi richiudi nel tuo petto.
L’attesa è troppo, troppo lunga. Durerà tutta la notte.
Qui sospeso fra il tuo Carso appena in fiore e il mio mare troppo calmo, io ti cerco in mezzo al bosco, o tra i sassi nella spiaggia.
Verso EST e verso SUD, dove luci tremolanti, o poche stelle sul deserto, mi confortano l’arsura.
Di mamma premurosa sei la figlia sua morente. Di mamma generosa, schiacciata dall’angoscia. Affranta dal dolore.
L’orologio batte l’ore della notte e della morte, troppo lente per la vita. Troppo svelte per la fine.
L’aria è scura. Cupa e scura.
La luce è andata col fragore della sera.
Ora, nella piccola stanzetta che dà sull’altipiano, avvolta da polvere e mistero, c’è una fiammella tremolante d’una piccola candela.
La intravedo da quaggiù. Sepolto come sono dai massi e dalla colpa.
Quanti segreti in quella stanza. Che dà sull’altipiano.
Si spegnerà appena all’alba, la tua piccola fiammella. Trascinandosi la vita di ragazza sconvolgente.
Le tue stille non andranno mai disperse, nell’universo troppo grande di fringuelli e predatori. Saranno tutte qui raccolte, nel calore del mio petto ormai squarciato, dall’ordigno della morte innaturale.

Non posso più salvarti. Non so come aiutarti.
Piango ad ogni piccolo fruscio dell’ondina che si muove.
Il mio sesso disperato è sempre stato rifiutato. Forse perché non sa mai donare vere stille di diamante.
Eppure fa tantissima paura, perché è come un’alluvione.
Serena! Amore mio infinito.
Ossessivamente vedo scene della mia disperazione.
Fra il tuo Carso e il mare mio. Sotto il cielo di Trieste.
Ti offrivo la mia vita. Solo in cambio d’una stilla.
In fondo… ti chiedevo d’esser solo tutta mia.

Quando la stella passerà, tra meno d’un baleno, saremo insieme in qualche spazio, con amore e con passione.
Ma passano davvero gli astri in cielo? O son fermi sulla volta nera e scura?
Vorrei riavvolgere il mio tempo. Per evitare la mia morte.

Avevo in mente mille fiori sulla tua tomba tutta bianca, deposti sempre freschi al manifestarsi d’ogni dì. Da queste mani innamorate.
Ma il muro sulla pancia m’impedisce ormai ogni mossa. E si fa sempre più tosto. Che mi stritola le ossa.

Io non ho visto la mia mamma, e neppure il mio papà. Forse stanno in qualche luogo, ma se ormai sono già morti non so neppure se son sepolti.
Fui scacciato dalla casa, e adesso dalla tomba.
Se son morti non ho diritto più di piangerli, come in vita non ho potuto mai amarli.
Avevo te… m’illudevo io d’averti.
Tu m’eri mamma e padre e donna, e anche un po’ sorella e amica, e tutto. Tutto il resto.
Ma il mio amore non vale niente. L’hai rifiutato ieri sera.
Volevo solo possederti.
E ho perso ogni ragione. O forse l’ho trovata.

Ma Tu, almeno Tu Dio del cielo, Tu lo accetti il mio amore?
Tu le vuoi le mie stille di dolore?
Tu mi guardi e mi proteggi. Ma la mia vita d’orfanello, tanto magra e assetata, proprio non riesco a sistemarla.
Serena…

Erano stille di bontà, e pepite d’oro fino, i tuoi baci e i tuoi abbracci mai del tutto assaporati.
Sei la punizione più crudele.
Hai accettato il mio cuore tanto cupo e proprio indegno.
Ma non il mio strumento di piacere.
Perciò t’ho messo la granata.
Ora, ancora più colpevole, vado a cercarmi il mio dolore. Perché soffrire è troppo dolce quando s’è stati deprivati.
L’avevo fabbricata in gran segreto. Preparando questo scoppio che ha sconvolto l’altipiano.
Cento chili di tritolo. Tutti per te e la tua mamma.
Un ordigno di terrore che purifica e cancella.
Al posto del mio seme ch’era stato rifiutato.
Fortunata quella figlia che può morire con la mamma.
Quanto devi averla amata quella mamma, e la tua casa sgretolata dall’ordigno.
Unico scrigno s’è salvato il tuo rifugio di ragazza. Quella tua piccola stanzetta, a mala pena rischiarata da un moccolo di cera. Che darà un po’ di luce e una vita assai incerta, almeno fino all’alba.

Anch’io morrei tra le braccia della mamma. Ma volevo prima perdermi nel tuo ventre di velluto.
Il peso mi grava sulla pancia. Ormai fardello travolgente. Seppellito come sono sotto i massi proiettati, dal mio stesso botto ardito.
E’ l’aurora.
E’ tempo di morire.
Per favore ancora stille.
Che non siano però le mille lacrime di sempre che d’amaro mi riempiono le tempie martellanti. Che il sapore della vulva, inumidita di piacere, disciolga almeno un po’ di questo peso intransigente.

Così ché forse pure io, finalmente liberato, possa scrivere un racconto. Che non sia come sempre, una tragedia sciagurata.

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