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Intervista di Simone Gambacorta
a
Mario Trovarelli, il menestrello

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Teramo – Trieste, 06 aprile 2009

Simone Gambacorta: giornalista e critico letterario

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Domanda:

A un certo punto della tua vita hai scoperto che viaggiare intorno al mondo non ti bastava e hai deciso di viaggiare dentro il mondo: partiamo da qui fornendo qualche delucidazione a chi ci legge.

Risposta:

Il volo ha rappresentato letteralmente il mio modo di viaggiare intorno al mondo.

Ho volato per diciotto anni in totale. Per complessive seimila ore di volo. I primi sei come pilota militare nell’Aviazione dell’Esercito, i restanti dodici come pilota civile di linea.

Ho fatto il corto raggio (voli nazionali, europei e bacino mediterraneo), il medio raggio (Nord Africa, Medio Oriente, ecc.) e il lungo raggio (voli intercontinentali).

Ho praticamente avuto occasione di vedere gran parte del pianeta. Ma dopo tutto quel tempo trascorso in volo, e in luoghi sempre diversi, il mondo ha cominciato ad appiattirsi e ad apparirmi tutto uguale e indifferenziato. Anche perché a lungo andare avevo finito per frequentare sempre i soliti posti: i ristoranti, gli alberghi, le strade, i parchi, i teatri, e soprattutto i negozi, quelli in cui si compravano cose da equipaggi di volo (gadgets elettronici, prodotti tipici, artigianato locale, ecc.).

Luoghi privilegiati dagli equipaggi, per forza di cose, erano anche le spiagge, le piscine e i negozi che vendevano quello che solitamente non si trovava facilmente nel negozio sotto casa, in Italia.

Fu allora che annoiato da quella vita ripresi a frequentare alcune letture che avevo fatto all’incirca quando avevo diciotto anni. Si trattava di Freud e dei suoi capolavori: L’interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana, e altri.

Finii così per abbandonare i miei eterni studi di fisica (che non riuscivano ad avere alcun esito), e mi iscrissi al neonato corso di laurea in psicologia. All’università di Roma.

Era il tempo della cosiddetta austerità. Mancava il carburante e si volava poco. Quella circostanza mi agevolò notevolmente nella frequenza delle lezioni.

Perciò, in men che non si dica, mi laureai in psicologia, abbandonai il volo, e da Roma mi trasferii a Trieste.

Successivamente mi sono specializzato in psicoterapia psicoanalitica a Padova, e da allora vivo e lavoro a Trieste come psicoterapeuta.

Senza l’esperienza del volo mi sarei sentito orfano e privato di un’emozione straordinaria. Il viaggio intorno al mondo è stato molto importante. L’ho desiderato con tutto me stesso e l’ho realizzato. Ma c’è stato un momento in cui non mi è più bastato e ho sentito il bisogno di cambiare. Così ho intrapreso un viaggio diverso che prevedeva un totale cambiamento di rotta: dal mondo esterno a quello interno, dal volo alla psicoanalisi. Dal cielo alla mente.

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Domanda:

Come grimaldello per entrare “dentro” il mondo, hai scelto la scrittura, il racconto…

Risposta:

La strada maestra per entrare dentro il mondo è la psicoanalisi. Così è in generale, così è stato per me.

La psicoanalisi studiata e approfondita, ma soprattutto quella praticata su me stesso in qualità di paziente, mi ha aperto la mente e ha messo ordine nella mia vita.

Ho sempre pensato, tuttavia, che la psicoanalisi da sola non bastasse. E da anni, accanto alla pratica clinica, mi piace mettere la narrazione.

La stessa psicoanalisi, in fondo, è uno strumento che crea storie, costruisce racconti. La coppia paziente-terapeuta scrive romanzi: quello che racconta la vita del paziente e, contemporaneamente, quello che narra dell’itinerario percorso insieme all’interno del trattamento.

Il paziente in analisi mette a fuoco la propria vita. E fa ordine nella mente. Questo di per sé è già un romanzo. Intenso, coinvolgente. Unico e straordinario!

Il terapeuta per primo, quando si è sottoposto a sua volta ad analisi come paziente, ha confezionato il proprio romanzo. Nella veste di paziente, infatti, egli scrive la propria storia, ed è così che diventa capace di accompagnare il proprio paziente nel fare altrettanto.

In questa accezione “psicoanalisi” e “scrittura” non sono disgiunte. La psicoanalisi fornisce lo strumento per raggiungere e svelare i preziosi contenuti profondi della mente, la scrittura (espressiva) fissa questi “tesori” sulla carta, rendendoli comunicabili.

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Domanda:

Il tuo libro s’intitola “Nudità”: che nudità è quella che s’incontra nei tuoi racconti?

Risposta:

Mettersi a nudo significa prendere coscienza, svelarsi, scoprire l’animo. Abbandonare le difese e uscire dal castello. Per entrare nella consapevolezza.

Ma è proprio necessario denudarsi? Perché si dovrebbe fare una simile operazione? Quali sono i vantaggi? E di che cosa dovremmo spogliarci?

Per rispondere a queste domande è necessario parlare delle difese intrapsichiche e del loro significato.

Le cure genitoriali, offerte al bambino sin dalla nascita, veicolano, insieme all’affetto e alla protezione, anche sentimenti opposti.

Il bambino riceve amore ma anche odio. Alleanza ma anche aggressione. Contenimento e insieme abbandono.

…perché ogni medaglia ha il suo rovescio!

Ma questi dritti e questi rovesci, questi amori e questi odi, questi opposti, costituiscono dei motori potentissimi. Possiamo immaginarli come coppie di vettori che hanno forze uguali ma orientamenti contrari. Al fine di stimolare il movimento e la crescita dell’intero Universo, Madre Natura ha dotato tutta la Realtà di queste semplici e potenti coppie motrici.

Potremmo anche rappresentare gli opposti come coppie di figure e sfondi. A patto che le figure siano poste su sfondi adeguatamente contrastanti.

Insomma, se vediamo la luna è solo perché il cielo è scuro, e se esiste il giorno è perché si staglia sulla notte, e se percepiamo l’inverno e il freddo è perché sentiamo anche il caldo d’estate. E così via.

Ogni contrasto genera un movimento. Nessun “SI” avrebbe senso se non venisse avversato da un possibile “NO”.

Amore e odio lottano per conquistare la supremazia e creano dinamismi utili e costruttivi. Accettando questa disputa che ha luogo nella mente, il bambino parteciperà delle dinamiche del movimento e della crescita. Rinunciando alla lotta, viceversa, il bambino non si svilupperà. Perché la crescita richiede forza e autonomia.

Il bambino riceverà dunque amore e protezione, ma anche incoraggiamenti che talvolta potranno assumere la forma di veri e propri attacchi aggressivi.

Considerando ancora per un momento l’amore e l’odio come entità che si alternano nei ruoli di figura e di sfondo, ma che a loro volta sono entrambe in grado di stagliarsi sullo sfondo della vita, vediamo che a volte prevale l’uno, altre volte l’altro. Per evitare sbilanciamenti eccessivi in questi due ingredienti necessari alla vita, si deve lavorare per amalgamarli molto bene. Ad un eccesso dell’uno o dell’altro, infatti, corrisponderà inevitabilmente una pericolosa persistenza dell’ingenuità o il profilarsi di un tragico abbrutimento.

Il percorso è impervio. Forze titaniche si confrontano e si combattono tra loro, alcune spingono verso l’alto (crescita) mentre altre richiamano verso il basso (regressione).

Ancora fragile, l’Io del bambino è immerso in questo clima di guerra. Ben presto, perciò, sentirà il bisogno di mettersi al riparo, e svilupperà delle modalità autoprotettive. Quelle che in psicoanalisi chiamiamo “meccanismi di difesa intrapsichici”.

Difese naturali e legittime. Che nascono e s’intrecciano autonomamente, in totale assenza di consapevolezza.

La sede iniziale del conflitto è la mente del bambino, ma il luogo privilegiato dello scontro aperto, poi, sarà lo spazio messo a disposizione dai genitori. Il giardino genitoriale, i cui componenti fondamentali sono una buona superficie di accoglimento (affetto) e una linea di confine sufficientemente contenitiva (autorità). Anche qui, come in un impasto di acqua e farina, autorità e affetto dovranno essere ben amalgamati e distribuiti in dosi armoniosamente appropriate.

Ma sappiamo che talvolta le cose non vanno molto bene. E l’impasto non viene omogeneo, magari per un eccesso d’acqua o di farina, o perché manca la forza necessaria per lavorare il miscuglio. Oppure, tornando al giardino, le cose vanno male perché la superficie (affetto) non è ben accogliente o mancano dei buoni confini (autorità).

Ma torniamo alla realtà mentale. In condizioni di disequilibrio, quando cioè i sentimenti negativi prevalgono su quelli positivi, la struttura di personalità s’indebolisce. E il bambino soffre, sta male. E’ a disagio.

A questo punto l’organo preposto a “percepire” la sofferenza, l’Io, registra un eccesso di dolore. Si rafforzano così quelle difese che erano nate spontaneamente e che servivano per proteggere l’Io dal carico.

Proteggersi è necessario. Un’agile costellazione difensiva aiuta il bambino a sentirsi al sicuro e a riprendere coraggio quando ne ha bisogno.

Ma a volte, per circostanze ambientali, il bambino è costretto a sviluppare difese troppo rigide, ingombranti, limitanti, fino a farne dei fortilizi inespugnabili, o valli invalicabili o macchine distorcenti. Altre volte ha la necessità di frammentare l’Io o di nasconderlo dietro terribili falsificazioni fino a renderlo irriconoscibile, o di deprimersi, o sottrarsi alla realtà affettiva nascondendosi al riparo di schermi autistici.

Bene, quando la costellazione difensiva assume caratteristiche eccessive o estreme, il bambino rallenta lo sviluppo o smette addirittura di crescere.

Le difese sono necessarie! Senza di esse non potremmo tollerare la vita. Ci aiutano a sostenere lo sforzo della crescita in attesa di possedere le risorse necessarie per affrontare le incombenze in modo più maturo. Mano a mano che diventiamo più forti, infatti, le abbandoniamo o le trasformiamo per affrontare la vita con forze più agili e creative.

Talvolta, tuttavia, non riusciamo ad attraversare il dolore, perché non siamo stati sufficientemente aiutati a conquistare forza e autonomia. Allora continuiamo a difendere l’Io a oltranza e ci indeboliamo al punto da doverci nascondere dentro le mura.

Esempi di difese intrapsichiche, per avere un’idea delle loro denominazioni psicoanalitiche, sono: la negazione, la rimozione, la proiezione, lo spostamento, l’annullamento retroattivo, la scissione, ecc.

Denudarsi significa mettersi nelle condizioni di uscire dal castello protettivo per abbandonare le difese in eccesso. Spogliarsi per far pace col mondo, e con se stessi. Quando questo sia possibile.

Ecco! In poche righe il tema delle difese.

I miei racconti sono esempi di ferite scoperte e prive di protezione. Sanguinano. E dolgono. I suoi contenuti provengono da territori profondissimi e sono stati raccolti tenendoli al riparo da ogni interferenza da parte delle costellazioni difensive.

La psicoanalisi mette a nudo. Scrivere in modo espressivo mette a nudo. Se uniamo insieme questi due strumenti, psicoanalisi e scrittura, la nudità diventa totale, sfacciata, tagliente. Ma utile per guardarsi dentro. Per avvicinarsi intimamente al dolore.

E per crescere.

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Domanda:

I racconti vertono tutti, anche se ciascuno in modo diverso, e direi anche con moto diverso, attorno al dolore: come mai questa scelta?

Risposta:

Il dolore è necessario alla vita. Ma credo che di questa necessità si parli poco. Io ne parlo perché l’ho attraversato numerose volte nel corso degli anni. Ma anche perché lo raccolgo continuamente nella mia pratica professionale di psicoterapeuta.

Per tutte queste ragioni ho molta dimestichezza con questo ingrediente fondamentale della vita umana.

Ma torniamo al significato più profondo del dolore.

Quando un eccesso di difese appesantisce la struttura di personalità e la rende rigida, come dicevo nella risposta precedente, è necessario, per riprendere la crescita e lo sviluppo, denudarsi. Cioè liberarsi dei fardelli difensivi per restituire agilità alla mente.

Questo vale per il bambino, ma anche per l’adulto.

Bene, questa operazione di svestimento avviene con grande dolore. Un primo dolore legato all’abbandono delle costellazioni autoprotettive alle quali eravamo affezionati in quanto ritenuti utili schermi nei confronti della sofferenza, e un ulteriore dolore perché togliendo la corteccia si scopre la vera pelle. E, al pari di quella biologica che avvolge il corpo, anche quella mentale è inizialmente fragile e delicata. Almeno fino a quando le vecchie difese, ormai abbandonate, non avranno dato luogo a modalità di rapporto più mature con la realtà interna e relazionale.

Le difese sono necessarie, ma anche il dolore è necessario. Senza dolore non avremmo tutti quei segnali che la mente e il corpo c’inviano per dirci che c’è qualche cambiamento in atto.

La fame, ad esempio, è un dolore, la sete, il caldo, il freddo… sono dolori. E qualunque condizione di disequilibrio si manifesti a livello corporeo o mentale rappresenta un dolore che fornisce un’indicazione su quello che ci sta succedendo.

Esistono bambini che a causa di una particolare malattia, mancano di recettori dolorifici del corpo. Questi bambini, parzialmente o totalmente sprotetti, vanno incontro a gravi menomazioni e mutilazioni corporee!

Il dolore è necessario alla vita. Il problema nasce dalla difficoltà, che talvolta ha il genere umano, di accettarlo e attraversarlo.

I miei racconti esprimono tanto dolore. Scriverli ha richiesto molto coraggio. Leggerli forse ne richiede altrettanto. Ma provare ad accoglierli potrebbe rappresentare una buona occasione per prendere contatto con realtà mentali profonde, perciò autentiche e intense.

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Domanda:

Mentre leggevo “Nudità”, ho preso un appunto. Te lo leggo perché vorrei sapere che cosa ne pensi. Ho scritto: è ricompresa in questo libro una moltitudine di sfaccettature sulla vulnerabilità e sulla criticità umana, e al termine della lettura si finisce per scoprire che quella fisica, quella biologica, è forse l’ultima a insidiarci.

Risposta:

La vita è forte e fragile allo stesso tempo. Non c’è forza senza vulnerabilità e viceversa (sempre per quel discorso per cui le figure si stagliano solo se i loro sfondi sono opposti e contrastanti).

La criticità, poi, dipende dall’equilibrio esistente tra forza e fragilità. Un equilibrio è tanto più stabile quanto più le basi d’appoggio sono ampie e profonde. Insomma, come accade per un edificio, quanto più larghe e profonde sono le sue fondamenta, tanto più robusto e stabile risulterà l’edificio che vi poggerà.

La robustezza, la forza, e la stabilità sono caratteristiche dell’adulto. Dell’adulto vero. Non di quello anagraficamente cresciuto.

La forza si conquista confrontandosi col dolore sin da neonati. Ma perché questo avvenga è necessario avere genitori che siano in grado di supportare i figli fornendo loro adeguate dosi di autorità e affetto nel giardino (mentale) predisposto in loro favore.

Quanto alla criticità mentale, rispetto a quella biologica, possiamo risolvere la cosa semplicemente dicendo che la mente è il motore di ogni attività.

Essa regola numerose funzioni e presiede a tutte le attività, semplici e complesse, della vita. Anche quando non ne siamo consapevoli.

La mente non coincide affatto con il solo pensiero cosciente, essa consiste di un universo ampio e composito che racchiude ed esprime tutta la ricchezza e la complessità dell’esistenza umana.

Proprio a causa di questa complessità la mente può esprimere una grande forza, ma è anche molto sensibile e facilmente si chiude in difesa.

Se manca la mente, come nel coma profondo o nelle sindromi amenziali, il corpo, pur nella sua integrità anatomo-fisiologica (struttura e funzione), perde tutte quelle capacità che definiamo superiori e che caratterizzano la pienezza della vita.

Proteggere e sviluppare la mente, perciò, è fondamentale.

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Domanda:

Quanti dolori esistono? Te lo domando perché mi pare tu ne abbia – come dire? – “codificati” diversi: la solitudine, la morte, la fragilità…

Risposta:

Nei miei racconti, in effetti, parlo di tanti dolori. Molti tipi di sofferenza. Ma a differenza di quando scrivo, in cui devo precisare la concretezza di una specifico dolore (legato al protagonista), a me piace, quando ne parlo in generale, pensare al dolore al singolare, riferendolo all’intera struttura mentale.

Il dolore è una prerogativa della mente!

E’ pur vero, tuttavia, che quando si manifesta, non può che prendere le varie forme che conosciamo.

Quando parlo di dolore, dunque, ne parlo in termini di processo mentale.

E’ come parlare dell’acqua e delle sue caratteristiche, distinguendola dagli “oggetti” che essa produce, come mari, fiumi, laghi e altri bacini idrici.

L’acqua esiste in sé, come sostanza. Ma non può che manifestarsi prendendo le forme di corsi e contenitori ben definiti. Così il dolore esiste di per sé, come prodotto dei processi mentali. E al pari dell’acqua che genera corsi e bacini, anche la mente, con le sue dinamiche complesse, genera oggetti come pensieri, fantasie, gratificazioni ecc. ai quali si associano svariate forme di dolore.

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Domanda:

In che misura questi racconti sono debitori alla tua professione di psicoterapeuta?

Risposta:

I miei racconti devono il cento per cento alla mia professione di psicoterapeuta, il cento per cento alla mia infanzia, il cento per cento alla mia terra d’Abruzzo, e il cento per cento alle mie due professioni precedenti (pilota militare e pilota di linea). E così via.

La mente è un universo unico e non parcellizzabile. Essa si riconfigura dinamicamente in seguito a ogni evento o esperienza introiettata. Tutto si mescola e si trasforma di continuo. Queste dinamiche, al bisogno, genereranno oggetti finiti come pensieri, idee, sentimenti, ricordi, emozioni, progetti, dolori. E racconti.

La mente non perde niente. Ogni cosa che vi entra si dissemina su tutto il suo territorio e perde la qualità di oggetto per diventare parte di quella meravigliosa rete associativa che è in grado di progettare e di creare!

Ogni esperienza si unisce a tutte le altre. Ogni oggetto introiettato si disgrega e si fluidifica per legarsi con tutto il resto.

In tal modo ogni esperienza: dalla psicoterapia al volo civile e militare, la scrittura… la vita in genere, sono parti non scindibili di un tutto.

La mente, nella sua interezza, è il motore di tutte le attività, perché conserva tutte le tracce che ci riguardano.

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Domanda:

Quindi la scrittura è una possibilità di conoscenza…

Risposta:

Assolutamente sì. Scrivere significa esplorare. Scrivere in modo espressivo, in particolare, vuol dire prendere contatto con i contenuti che giacciono sui fondali più profondi della mente.

Ora, se per conoscenza intendiamo presa di contatto intimo con questi contenuti, allora scrivere significa aumentare la propria consapevolezza. Unica forma autentica di conoscenza.

Non dobbiamo infine dimenticare che la scrittura, a differenza del linguaggio parlato, o di quello pensato, impegna la persona molto più intensamente. Perché… scripta manent!

Senza contare che i documenti scritti, sempre più agevolmente, oggi vanno incontro a rapida e capillare diffusione.

Questo significa maggiore opportunità di conoscenza di sé e del mondo.

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Domanda:

E qual è il rischio che corre chi esplora i crinali dell’interiorità umana? Hai parlato di «abissi sterminati della mente»…

Risposta:

I rischi esistono. Ma solo se non si è preparati a questo tipo di immersioni profonde.

Vorrei precisare, tuttavia, che la propria mente resta inaccessibile a chi non ha strumenti per accedervi. Io sarei più preoccupato per quelli che si offrono in pasto a personaggi poco qualificati nella speranza di ricevere aiuti rapidi e indolori per “risolvere” problemi di sofferenza mentale.

Per accedere alla mente dei loro malcapitati assistiti, questi personaggi “selvaggi”, sono muniti di un unico strumento: l’apriscatole!

I problemi della mente non possono essere delegati perché vengano risolti. Le difficoltà vanno “affrontate” in prima persona, perciò le persone sofferenti dovrebbero essere aiutate a fare esperienza del dolore, unica strada per riprendere la capacità di andare avanti e crescere.

E’ come per l’attività fisica. Nessuno può accrescere la potenza dei propri muscoli se non va a soffrire in palestra. In prima persona.

La mente è un mondo unico e irripetibile, contiene tutte le albe e tutti i tramonti dal concepimento in avanti, e tutte le esperienze e i dolori e le gioie e le impronte degli affetti, ma anche le esperienze negative. Tutto in un’architettura ricca e meravigliosa. Sempre in movimento. In continuo divenire.

La mente va rispettata. Non ci si può avventurare al suo interno armati di strumenti di tortura o di oggetti acuminati o taglienti o di mazze ferrate. E neppure di bisturi. L’unica via d’accesso, per aiutare il sofferente a tuffarsi nel dolore, nella speranza di realizzare di un contatto intimo, è l’alleanza e la competenza. Strumenti che si acquisiscono e si affinano attraverso un buon lavoro su se stessi. In compagnia di un proprio alleato.

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Domanda:

Da un punto di vista tematico, nel tuo libro ricorrono il volo, la femminilità e le figure genitoriali…

Risposta:

Il volo… la figura femminile… i genitori… tutte esperienze personali. Sì… in effetti ho volato, prima come pilota militare e poi come pilota civile di linea. Il volo è un’esperienza particolarmente forte, perciò non si cancella facilmente. Ti resta dentro per sempre.

Quanto alla figura femminile, poi, tutto è cominciato nei tempi più lontani. Per i primi due anni e mezzo di vita, infatti, ho avuto un rapporto molto stretto con la mamma. Le circostanze mi avevano assegnato il compito di confortarla per tutta la sofferenza che stava attraversando a causa della guerra e della lontananza dal marito, mio padre.

Era tempo di guerra. Mio padre lontano. Prima sul fronte, e poi prigioniero in Germania. L’ho conosciuto quando avevo già due anni e mezzo. Fino ad allora avevo vissuto con la mamma nella casa di campagna dei nonni materni. A Chieti.

La prima infanzia incide in modo particolare. Perciò questo mio essere figlio di mamma sofferente mi ha segnato al punto da indurmi, una volta adulto, a cercare rapporti con donne molto fragili e bisognose. Perché per me ormai era diventato irreversibile, col mondo femminile, entrare in un rapporto impegnato e impegnativo. Intenso. Ricco di tanto dolore.

Mia madre, finalmente rassicurata dal ritorno di mio padre, si dedicò alla ricostruzione di se stessa e del rapporto della coppia matrimoniale. Mio padre aveva sopportato la tragedia di due guerre (la Guerra d’Africa e la Seconda Guerra Mondiale) e numerosi anni di prigionia.

Nacque mio fratello. Che ben presto si ammalò di poliomielite (quella volta non esisteva ancora il vaccino per questa malattia). E così, ancora una volta, venni chiamato ad un impegno troppo grande per la mia età: contribuire alla ricostruzione della famiglia, del mondo. E della vita.

Ma ero piccolo. Ero troppo piccolo per tutto quel carico. Tuttavia, per mia fortuna, ho potuto fruire di un’oasi meravigliosa nella quale ho trovato tutto il nutrimento, il conforto, la forza e la magia di cui avevo bisogno per crescere: la casa e la campagna dei nonni materni. La stessa che mi aveva visto nascere e che mi aveva ospitato insieme con la mamma nei primi anni di vita.

Da queste vicende è nata la mia profonda motivazione nei confronti dell’impegno sul fronte del dolore.

Ho sostenuto la mamma in tempo di guerra, ho sostenuto i genitori nella ricostruzione e nella malattia di mio fratello. Come avrei potuto sottrarmi al ruolo definitivo di riparatore!?

Il mondo femminile, con la sua fragilità, la sua dolcezza e i bisogni. E le ferite… così capace di dare tanto ma anche di chiedere troppo, mi ha coinvolto al punto da orientarmi alla loro “riparazione” fino all’estremo.

La mia vita è come quella di tutti. Se differenti e unici sono gli episodi che l’hanno caratterizzata, non è diversa la mia aspirazione a legare tutte le vicende e le persone tra loro, e queste con l’Universo intero. E con Dio.

I miei racconti narrano… cantano tutto questo. Il volo, i genitori, la donna. La vita.

La mia. Quella di tutti.

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Domanda:

A proposito della tua scrittura, hai coniato la definizione di “narrazione espressiva”: che cosa significa?

Risposta:

Si può scrivere in tanti modi. Ma a me piace distinguerne due fra i tanti: quello descrittivo e quello espressivo.

Si descrive quando non s’impegna la propria vita interiore. Quando ci si difende dal dolore che comporta l’impasto del pensiero con i sentimenti.

Oggi assistiamo ad una pericolosa separazione tra questi due mondi, quello del pensiero e quello dell’affettività. I risultati sono catastrofici: carenza d’intimità, isolamento personale, violenza, gratuità di comportamenti tra i più efferati, infelicità estrema. Solitudine.

Privato delle sue radici affettive, il pensiero diventa una scheggia impazzita e pericolosa.

Ci si esprime, al contrario, quando si è a contatto con le viscere della mente. Con gli abissi che conservano gli oggetti più teneri e più preziosi dell’esistenza personale e della vita in generale.

Scrivere in modo espressivo significa accettare questo impasto e percepirne tutto il dolore. Ma anche la sua bellezza, il profumo. La preziosità.

Il risultato è un canto doloroso e celestiale al tempo stesso. Che genera luce, e calore. Elementi indispensabili alla vita.

Il contrario è l’entropia, l’aridità. La morte.

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Domanda:

Quanto alle scelte stilistiche, ti sei orientato verso una prosa nitida, che potrebbe apparire leggera quando invece è alleggerita, ossia depurata da tutto quanto impedisca o ostacoli l’emersione della vera grande protagonista delle tue pagine, la vulnerabilità di noi altri viventi…

Risposta:

Per essere sincero non mi sono mai orientato verso questo o quello stile. Non saprei farlo.

Quando scrivo mi limito semplicemente a seguire (per dirla col piccolo principe) le immagini percepite dal cuore, più che dagli occhi. Io non faccio altro che raccontare quello che spontaneamente emerge dal fondo del lago liberando la mente dai due cerberi che in genere ne impediscono la libera espressione: la paura e la vergogna.

Lasciando che la mano segua un percorso naturale, in accordo con i sentimenti che le immagini le suggeriscono, scrivo in modo nitido, senza ostacoli.

Ne esce una narrazione che attinge da profondità immani, in grado di portarsi dietro tutto il dolore che giace laggiù, sul fondo del lago. E ancora più giù.

E’ vero… guardando i miei racconti appare la vulnerabilità dei viventi. E’ proprio così. Ma questo accade proprio perché ho capito che la forza non è un valore assoluto. Essa è il risultato della fatica che si compie nell’attraversare e nel superare il dolore. Allora lascio che i contenuti teneri, che sono i più dolorosi, escano liberamente. E li attraverso per sbucare dalla parte opposta. Verso la luce.

Ciascuno dei miei racconti, in questa accezione, testimonia di un processo di guarigione. Esso consiste nell’attraversamento di contenuti dolorosi al fine di neutralizzarne la virulenza e impadronirsi della loro forza. Quanto più riusciremo in questa operazione, tanto più il dolore verrà trasformato in capacità di tollerare carichi sempre più grandi. Un po’ come succede quando si va in palestra. Più si soffre nel fare esercizi, più se ne esce rinforzati e capaci di sopportare sforzi sempre maggiori.

In un’ottica di questo tipo la vulnerabilità è una condizione iniziale dell’uomo. Quella infantile. Essa è caratterizzata dalla formazione dei primi contenuti mentali. Quelli che con la crescita poi tenderanno ad essere abbandonati sul fondo.

Se i genitori sapranno accompagnare i loro bambini verso il recupero e l’attraversamento di queste “primizie”, piuttosto che cedere alla rinuncia, il mondo avrà persone sempre più forti.

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Domanda:

In che modo lavori ai racconti? Scrivi di getto? Fai stesure su stesure?

Risposta:

La scuola insegna a scrivere partendo da una serie interminabile e complicata di regole. Seguendo un orientamento innaturale. Cominciando dall’alto invece che dal basso. Dal prodotto finito piuttosto che dalle attività generatrici!

Con la modalità espressiva esce sempre un testo più lungo rispetto a quello che poi verrà utilizzato. Scrivo in grande quantità e velocemente. Dopo la prima stesura veloce faccio qualche piccolo aggiustamento. Mai una nuova stesura. La fragranza originale tenderebbe a svanire.

Scrivo in rapidità per evitare l’interferenza dell’emozione col pensiero. Lascio che siano gli strati profondi della mente ad emergere e a fissarsi sulla carta. Un modo del tutto originale. Lo stesso che insegno nel mio laboratorio di scrittura alle persone che hanno voglia di imparare.

Agli insegnanti della lingua italiana non piacerà il mio modo di scrivere e di insegnare a scrivere. Me ne rendo conto. La mia punteggiatura, i miei accapo, le parole che utilizzo, tutte cose un po’ particolari. A volte strane. Ma quello che scrivo, si può esserne certi, corrisponde sempre a quello che sento, che provo dentro, e che penso.

Quando il bambino va a scuola sa già parlare, conosce una modalità espressiva che ha imparato in anni di contatto con la famiglia e con l’ambiente. La scuola tende a distruggere questo patrimonio espressivo, costringendo i bambini ad adattare i loro contenuti mentali (pensieri e affetti) alle regole della grammatica, della sintassi, dello stile, dell’opportunità, delle convenzioni, ecc. Il bambino viene così “educato”, cioè allontanato da se stesso e indotto ad aderire a un rigido programma di standardizzazione.

Tutti devono avvicinarsi, il più possibile, ad una sorta di barra livellatrice. Né troppo in su né troppo in giù. Viene ricercata la banale, avvilente, mortificante normalità! Una normalità statistica.

Il bambino è portatore di ricchezza interiore e di rivoluzione creativa. Valori che dovrebbero essere incoraggiati a sbocciare e fiorire liberamente. A patto che questa esplosione di fantasia avvenga in un giardino protetto dall’autorità e dall’affetto dei genitori e degli insegnanti.

Il patrimonio infantile è preziosissimo, proprio perché portatore di innovazione creativa rispetto ad altre generazioni.

Non dovrebbe essere distrutto, né umiliato!

Assistiamo invece ad un sistematico richiamo del bambino all’ordine, a rimproveri e punizioni solenni ogni volta che devia, o non si attiene, o non risponde al sistema, o non si appiattisce. Il risultato è che a scuola nessuno impara a scrivere. E non mi riferisco solo alla capacità di scrivere romanzi e racconti, ma anche alla possibilità di fare un buon tema, stendere una relazione, tenere un diario, buttare giù dei pensieri, comporre una lettera, ecc.

Quante persone denunciano un vero e proprio panico di fronte al foglio bianco! E quanti, rileggendo il testo appena scritto, lo accartocciano e lo gettano via con amarezza perché non corrisponde a quello che avrebbero voluto scrivere…

Ecco. Queste sono solo alcune delle incongruenze tra contenuti della mente, e processi mentali capaci di creazione. La mente è in grado di generare oggetti finiti, talvolta molto raffinati. Come ad esempio una scrittura comprensibile e congrua, capace di porgere con semplicità e chiarezza il contenuto che vuole esporre. Ma dev’essere lasciata libera.

La scrittura espressiva avviene di getto. Lasciando che la mano compia il gesto grafico, senza consentire al pensiero d’interferire. In genere accadrà che il testo iniziale risulti molto grezzo, incomprensibile, sconnesso e scorretto. Ma è solo l’inizio. Non si deve cedere alla tentazione di rileggere, di tornare indietro per correggere.

Si deve solo andare avanti, procedere in modo fluido. Continuare a scrivere tutto, tutto quello che viene in punta di penna (o di tastiera). Sempre avanti.

Gradualmente, se avremo seguito questa modalità, la scrittura si farà sempre più chiara e comprensibile. Perché i contenuti grezzi della mente affioreranno e incontreranno spontaneamente e liberamente le regole della comunicazione. Quelle che abbiamo già interiorizzato da bambini interagendo con i genitori, con la nonna, con gli animali. E con il vento.

Allora, proprio come accade quando spilliamo il vino nuovo dalla botte, che dapprima ci apparirà torbido e scuro come feccia, ma che vedremo presto raffinarsi via via che continueremo a spillarlo, fino a stupirci del suo profumo e della sua limpidezza cristallina, così accadrà anche per il nostro testo. Perché diventerà gradualmente, e compiutamente, quello che volevamo che fosse. Un dipinto chiaro, congruo, lucido. Ma anche appassionante, coinvolgente. Perché conserverà tutto il profumo del fondo.

Bene. Ma com’è possibile scrivere senza pensare? E quando avremo la necessità di scrivere a tema, come potremo dimenticare il titolo dell’argomento che dovrebbe guidarci nella congruenza? Queste solo alcune delle domande che i miei allievi mi rivolgono di solito. Ebbene, se consideriamo la mente come un magazzino di oggetti discreti, già confezionati e distinguibili tra loro (accantonati là e stivati chissà da chi… e chissà quando…), allora avremo a che fare con una concezione assai riduttiva, un tipo di mente capace unicamente di esprimere il solo pensiero cosciente. Una mente che farà apparire per magia ora questo ora quell’oggetto, solo orientandovi sopra il pennello luminoso del pensiero cosciente.

Un errore grave ma frequente, considerando la struttura della mente e il suo modo di funzionare!

Le cose non sono già pronte e disponili all’uso, né tanto meno sono in attesa di essere tirate fuori e utilizzate. Non esiste nessun ripostiglio che conservi le cose pronte. La mente è una fucina di forze e di colori in continuo movimento, in grado di creare sul momento tutto quello che serve, nel qui ed ora dello spazio e del tempo.

Lo fa configurandosi e riconfigurandosi meravigliosamente, ogni volta che riceve uno stimolo.

Insomma, ogni oggetto confezionato, ogni prodotto finito, non è altro che una figura dinamicamente assunta dalla mente in un determinato istante, e colta come un fotogramma ricco di particolari e sfumature.

La mente si plasma e si modella, il nostro “Io operativo” coglie l’attimo e ne fotografa le infinite immagini che essa può assumere. Questi “oggetti”, prodotti in modo creativo, saranno utilizzabili nella realtà in modo progettuale e potente. La riconfigurazione mentale, dunque, avviene ogni volta che l’ambiente (interno o esterno) pone una richiesta. Gli oggetti mentali, dunque, altro non sono che istantanee colte nel corso delle operazioni plastiche di modellamento e rimodellamento della stessa mente.

Attimi e momenti di una sintesi poderosa e magica, granelli di pulviscolo disseminati dal plasma caldo e fluido delle profondità affettive.

A volte abbiamo la tentazione di considerarli definitivi, ma al pari dei mandala, altro non sono che disegni di sabbia colorata destinati a rompersi e disfarsi ogni volta, per essere ricostruiti e rifatti in modi sempre diversi e nuovi.

Con meravigliosa creatività.

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Domanda:

Questi di “Nudità” in quanto tempo li hai scritti?

Risposta:

Nella raccolta Nudità sono presenti ventidue racconti. Testi che ho scritto negli ultimi dieci o dodici anni. Ma ciascuno di essi è stato scritto in pochissimo tempo. Da un minimo di dieci a un massimo di venti minuti.

Quando la mente possiede una buona struttura, ed è libera, elastica, aperta… è anche potente, e può confezionare ogni genere di oggetti in pochi istanti.

La conoscenza, di fatto, non consiste nell’accumulo di nozioni e abilità, ma nella capacità di inventare quello che ti serve nel momento in cui ti serve, cioè al manifestarsi del bisogno.

Così, rispondendo all’incalzare di bisogni affettivi intensi, con gli occhi socchiusi, e da “stupido ubriaco”, evitando per quanto possibile di pensare, la fucina della mia mente si è messa in movimento, si è organizzata e riconfigurata. Gli esiti di queste ristrutturazioni sono gli oggetti-racconto che ho raccolto in Nudità.

I racconti più belli li scrivo così. Quando scrivo non so mai che cosa verrà fuori. Lascio fare alla mano. O meglio alle mani, visto che utilizzo il computer.

E’ come suonare il piano a orecchio. All’inizio vengono fuori note confuse e scoordinate, ma lentamente emergono sinfonie commoventi. Che mi fanno piangere mentre le scrivo, e mi fanno piangere ogni volta che le rileggo.

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Domanda:

Un’altra caratteristica ricorrente è l’uso della prima persona: come mai?

Risposta:

Scrivo in prima persona per una questione di congruenza. Perché racconto quello che capita dentro di me. Anche quando, apparentemente, mi riferisco ad altre persone o a personaggi di fantasia.

Quando parlo di una ragazza anoressica (Fame di niente) o di un ragazzo morto (Autocertificazione), oppure di una psicologa omosessuale e ubriacona (Figlia di guerra), mi riferisco, in metafora, a istanze della mia vita interiore.

E’ come nei sogni. Quando ci sembra di aver sognato di un amico, o del nonno, e siamo convinti che siano stati proprio loro ad essere venuti a farci visita nella notte, anche se solo nella nostra mente, in realtà sappiamo che ognuno dei personaggi sognati altro non è che il riflesso di una parte di noi. Un nostro aspetto profondo che ha bisogno di prendere sembianze riconoscibili per potersi manifestare.

Qualcuno pensa che io abbia raccontato la vita dei miei pazienti, magari mescolandola con la mia. Sì, questo è vero, se per vita dei pazienti, e la mia, intendiamo le vite interiori, i nostri processi mentali. Non già gli avvenimenti, o gli episodi e le vicende concrete.

Non si può scrivere efficacemente per imitazione, ma solo per identificazione.

Nel mio lavoro di terapeuta non potrei trattare il paziente come un soggetto da osservare. Non potrei “rubare” i suoi contenuti per farne dei racconti. Sarebbe un’inutile violenza da parte mia.

Lo scambio avviene in modo più complesso. Il paziente esprime contenuti mentali inconsci che si uniscono con i miei processi inconsci. Compito del terapeuta è saper leggere questo impasto di me e del paziente per restituire a questi una valida interpretazione. Che sia in grado di aiutarlo a percepire la vita in modo nuovo.

Questo impasto avviene in uno spazio condiviso, quello che fisiologicamente dovrebbe essere predisposto in ambito primario, nel mondo dell’infanzia, dai genitori e dalle figure primarie.

Quando scrivo, in definitiva, o quando sogno, quando faccio una seduta di psicoterapia, quando vivo… sono sempre io il protagonista della mia vita. Così i miei racconti, congruamente, sono tutti (o quasi) scritti in prima persona. Perché mi riguardano sia quando tratto vicende della mia esistenza personale, sia che mi occupi di altri.

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Domanda:

Vediamo se ho capito: dare voce diretta a un personaggio è un modo di aprirsi all’altro (anche se immaginario), dunque un modo per conoscere se stessi…

Risposta:

Dare voce diretta a un personaggio, più che un modo di aprirsi all’altro, è il segno che innanzitutto siamo aperti a noi stessi, e di conseguenza all’altro. Vuol dire che siamo capaci di accogliere il nostro interlocutore fino a consentirgli di unire i suoi umori con i nostri.

E’ così che posso incontrare l’altro dentro di me. E posso parlare con la mia voce, o con la sua, certo di esprimere contenuti condivisi.

Così non ci limiteremo a guardare l’altro come “altro”, ma come contenitore delle nostre istanze. La stessa cosa farà l’altro con noi.

I suoi processi mentali sono dello stesso tipo dei miei. Perciò posso identificarmi con lui senza temere di perdere la mia identità.

Per conoscere l’altro attraverso ciò che mi provoca dentro è sufficiente saper leggere dentro di me.

Questa, la strada maestra per comprendere l’umanità. La nostra e quella di tutti.

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Domanda:

Domanda d’obbligo: quanto c’è di autobiografico nelle pagine? Te lo domando perché ho avuto l’impressione che i tuoi racconti, al di là della forma, costituiscano tutti insieme un sussurrato romanzo su di te…

Risposta:

Verissimo. E’ un romanzo sulla mia vita concreta. Ma è stata armonizzata e condita con tutti gli aromi che caratterizzano la vita emotiva.

Alla fine è come se avessi scritto il romanzo del mio inconscio.

Voglio dire che non tutti gli episodi narrati nei vari racconti sono realmente accaduti. Ma dal momento che la mia non è una narrazione storica, ma espressiva, è volta a valorizzare emozioni e stati d’animo, atmosfere. Gli episodi, concreti o immaginati, mi servono unicamente per dare un volto narrativo e forma al racconto interiore.

Il volo, la figura femminile, i genitori, dunque, vengono “utilizzati” come punti di contatto con la realtà da un lato, ma anche come simboli universali per offrire al lettore spunti di partecipazione emotiva.

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Domanda:

Ne deduco che “Nudità” è in realtà uno specchio: dietro la finzione narrativa c’è l’uomo che di quelle finzioni è autore…

Risposta:

Più che uno specchio mi piace vedere Nudità come un ologramma.

Un’immagine fedele, anzi fedelissima, della mia vita interiore. Non una finzione. Al contrario! Una realtà vera e autentica.

Non importa se alcune di quelle vicende costituiscono soltanto spoglie prestate ai vissuti per renderli comunicabili.

L’episodio magari non è del tutto vero, ma tutti, tutti gli stati d’animo, a partire dal dolore, sono verissimi e pungenti.

Dunque non ho scritto cose finte ma solo cose vere. Per poterle comunicare in modo comprensibile, tuttavia, ho utilizzato quelle figure identificative che nel corso degli anni ho introiettato. Quelle che hanno dato origine alla mia mente.

Comunque sì, Nudità mi rappresenta completamente. In parte nella vita concreta, totalmente nella vita interiore.

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Domanda:

L’ultima: quanti dolori può accogliere in sé un essere umano?

Risposta:

Più che chiederci “quanti dolori” dovremmo domandarci “quanto dolore.”

Ancora una volta dobbiamo pensare alla mente come a un’unità complessa che produce nel suo insieme tutta l’attività. Parlare di dolore significa quindi parlare di una qualità della mente capace di segnalarci, talvolta con affanni e tormenti, che qualcosa sta cambiando, e che dobbiamo intervenire per adattarci.

Il dolore ha dunque un grande valore adattativo.

Il dolore provato da una persona non dipende da quanti problemi ha quella persona, ma da quanta sofferenza quella persona sia diventata capace di attraversare.

Quanto più siamo capaci di soffrire tanto più siamo forti e tanto più lo diventeremo.

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