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Non poteva rispondermi. Non in quel momento. Stava attraversando una tempesta emotiva di quelle forti. E questa volta rischiava veramente di soccombere.

Dovevamo parlare, anche a rischio di scontrarci duramente. Prima o poi la nostra situazione doveva pur trovare un chiarimento.

Così l’avevo pregata di sedersi accanto a me, nella poltrona lasciata momentaneamente libera dal pilota di sinistra.

Il velivolo s’inclinò leggermente a sinistra. Di una quantità quasi impercettibile. Pochi gradi sull’orizzonte artificiale, ma di quel tanto che bastava per imprimere all’aeroplano una lentissima virata, leggera e inesorabile.

Me ne resi conto ma non intervenni.

Lei stava seduta con le gambe distese e la pancia in fuori. Come se avesse appena fatto un pranzo luculliano.

Bellissima come sempre.

Improvvisamente aprì le gambe come fanno le ballerine quando si preparano per una spaccata. Sul principio pensai che volesse buttare tutto in ridere mimando un passo di danza, ma poi, sempre più catturato dalla sua gonna che continuava a scivolare verso l’alto, restai ipnotizzato come un cretino.

Il panorama si fece sempre più avvincente: in cima ad un bel paio di cosce schiuse apparvero delle accattivanti mutandine d’un sorprendente intenso blu. Un colore perfettamente intonato con la sua uniforme di hostess.

Restai inchiodato come in una trance ipnotica.

Il grosso quadrigetto, nel frattempo, stava continuando a virare lentamente a sinistra.

Quando avvistai il bimotore che ci stava venendo incontro era ormai tardi. Volavamo su rotte di perfetta collisione.

Terrorizzato afferrai con forza il volantino, premetti il tasto giallo col pollice destro e sganciai l’autopilota. Spinsi più che potei verso il basso inclinando contemporaneamente le ali a destra.

L’inerzia era enorme. Prima di ottenere una risposta significativa dai comandi di volo trascorsero istanti interminabili.

Mi resi conto che l’equipaggio dell’executive non ci aveva avvistati. Infatti l’aeromobile continuava imperterrito a mantenere quota e prua invariate.

Mentre la donna urlava terrorizzata io mi sentivo paralizzato da una tensione parossistica.

In un baleno i due aerei furono così vicini che riuscii a scorgere con precisione la sagoma del copilota del piccolo jet.

Con disperazione continuai a spingere il volantino in basso e a destra…

Improvvisamente mi accorsi di non aver ridotto i motori al minimo. Un errore inspiegabile e grave.

Entrai in confusione.

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Mi svegliai in un bagno di sudore e guardai la sveglia sul comodino. Le cinque del mattino.

Avrei potuto dormire ancora un ora prima di alzarmi per prepararmi alla partenza.

Nel 1978 ero primo ufficiale pilota di B 747.

Quel giorno il mio turno di volo prevedeva due tratte: Roma – Milano, Milano – New York.

Il volo si svolse regolarmente.

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