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Vivo così, tra valanghe e terremoti. Qualche volta capita un crollo accidentale… o un’alluvione.

Questo è il mio mestiere, soccorso e salvataggio.

Ma di natura sono pastore.

Mi svegliano a qualunque ora della notte. Indossiamo l’equipaggiamento, e si parte. Io e Rico, il mio compagno di squadra.

Mi aggiro nella neve in cerca di tracce e indizi. Voci… per noi soccorritori di professione il vero spauracchio è il terremoto.

Si deve stare allerta. Sempre in campana. Come dice Rico.

Mi è capitato di addentrarmi in stretti cunicoli o in edifici pericolanti. Sotto costante minaccia di crolli.

Sono ben addestrata. Io e Rico insieme abbiamo seguito corsi e tirocini. E lui è un buon diavolo, nato e vissuto tra i monti d’Abruzzo.

Dopo tanti anni non ricordo più se sono stata io a scegliere lui o lui me. Troppo tempo è trascorso da quel luminoso mattino di settembre in cui c’incontrammo per la prima volta. Io scorbutica e vivace, lui riservato e chiuso. C’intendemmo subito. E decidemmo che avremmo seguito l’addestramento insieme per lavorare nella stessa squadra.

In tutti questi anni abbiamo conosciuto vittorie e fallimenti. Siamo riusciti a tirar fuori dalle macerie e dalla neve tante persone vive. Ma ne abbiamo perse anche di più, assaporando amare sconfitte.

Ogni volta che salviamo una vita ci abbracciamo felici. E quando disseppelliamo un morto ci stringiamo nel dolore. Insieme. Sempre vicini. In un rapporto diventato ormai unico ed esclusivo. Un legame forte al punto che nessuno di noi due potrebbe ormai fare a meno dell’altro. Per vivere e per lavorare.

L’inverno scorso, appena un paio di mesi fa, ero sulle Alpi per delle valanghe. Ne sono cadute tante quest’anno. Più degli anni scorsi.

Ho trascorso giorni e notti a cercare. A scavare senza tregua e senza cibo. Senza riposo per ore, talvolta per giorni. Ma la felicità di trovare persone vive sotto la neve mi ha sempre ricompensata di tutto lo sforzo e della fatica estenuante.

Mi piace fare il mio lavoro. Ma sono nata pastore. E nelle notti di luna piena sogno verdi praterie e dolci vallate. Quelle che non ho mai potuto avere.

Sento il verde ogni volta che sono chiamata in montagna per il salvataggio. Sotto tutta quella neve giacciono prati meravigliosi e ruscelli zampillanti.

La fantasia alimenta la nostalgia di quello per cui sono nata e che mi è stato tolto dal destino… dal dovere!

Sono contenta quando trovo persone vive. Una felicità troppo spesso turbata dalla tristezza per quelli che non riesco a salvare.

Oggi sono qui, in questa città semidistrutta dal terremoto di primavera. Ancora una volta chiamata dal dovere di entrare nelle macerie di un palazzo crollato. Sembra che ci sia ancora qualcuno sotto le travi di cemento spezzate e le montagne di calcinacci.

Forse qualcuno ancora in vita. Da salvare.

Salgo sui detriti. Niente di nuovo… forse.

Sento che c’è qualcuno. Lo so. Non mi sbaglio mai quando l’istinto mi guida in questo modo.

Molti massi pericolanti. Devo stare attenta. Rico è ancora vicino, appena fuori del cunicolo. Mi incita e mi rassicura. Con voce calma e salda come sempre.

Mi incoraggia e mi guida. Ma entrambi sappiamo che presto dovrò cavarmela da sola.

Cade un grosso masso. Rotola verso l’unica apertura e ne ostruisce il lume. Riesco a balzare dentro prima che il macigno m’investa.

Ecco! Ci sono.

Buio e odori di sempre. Ansia. Una lieve sensazione di paura. Vorrei uscire. Guardo indietro in cerca dell’uscita ormai sbarrata. In lontananza ancora la voce di Rico.

So che devo proseguire. Devo andare avanti in cerca di quella vita.

Fuori è primavera, l’aria è addolcita dai fiori e dal primo sole d’aprile. Dopo lunghi mesi di freddo un lieve tepore. Ma qui dentro è sempre più buio e l’aria si fa acre. Gas! Pericolo.

Cerco di guardare meglio che posso. Ancora un flebile lamento. Lo percepisco appena. Proviene da lontano… no… è vicino, più di quanto immaginassi. Ormai non sento più la voce di Rico. Troppo lontana, al di là delle macerie.

Buio. Nero… acre… nella testa.. una lieve vertigine. Sono addestrata, devo respirare piano. Fermarmi un attimo e aspettare. Consumare poca aria. Procedere. Forse a pochi passi c’è la vita che salverò.

Mi sveglio lentamente. Mi sembra d’aver dormito a lungo e d’aver sognato. Non mi raccapezzo. Proprio non riesco a capire dove sono.

Ma sento la voce amica del mio compagno. Mi giro. Cerco il suo sguardo per rassicurarlo. Per essere rassicurata. Ma accanto a me, disteso su questo prato che sa di casa, un pastore come me. Un bell’esemplare di pastore tedesco, che mi guarda preoccupato e amorevole. Ha una zampa fasciata e mi lecca sul muso.

Dunque ho salvato lui. Non un essere umano.

Bravo Rico – esclama il colonnello – Lei e la sua pastorella abruzzese avete fatto un magnifico lavoro.

Come sempre.

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Trieste – Aquila, 8 aprile 2009

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