Nuvole1

Sono nato nella campagna abruzzese nel pieno della guerra. Dopo l’otto settembre del quarantatré la mia casa fu invasa dalle truppe germaniche. Avevo nove mesi.

Terrorizzato e affascinato dagli aeroplani alleati che venivano a bombardare gli occupanti tedeschi, fui segnato da quell’esperienza per sempre.

Mio padre si trovava in Dalmazia come Carabiniere combattente. Subito dopo l’armistizio fu catturato dai tedeschi e deportato in Germania come prigioniero di guerra. Lo conobbi al suo ritorno, quando avevo due anni e mezzo.

La mia è stata una formazione prevalentemente contadinesca. Sono nato e vissuto in un mondo medioevale. Una casa di argilla e paglia senza acqua corrente né elettricità. Con tanti alberi e animali, vento. E neve.

L’acqua si prendeva alla fonte del villaggio con la concarella di rame. E le sere venivano rischiarate da crepitanti fascine di lauro che rallegravano il focolare sempre acceso, o da solidi rami di quercia capaci di produrre brace e calore.

Quando serviva più luce il nonno accendeva il lume a olio o quello ad acetilene.

Sotto la grande quercia, in cima alla collinetta, restavo accoccolato per ore ad osservare le pojane.

Fu così che imparai a dipingere il cielo.

E un giorno lasciai dolorosamente quel paradiso tanto amato per andare a volare. Prima come ufficiale pilota osservatore dell’aviazione dell’esercito, e successivamente come pilota di linea nella compagnia di bandiera italiana.

Dopo diciotto anni di servizio, e seimila ore di volo, mi sono accorto che il viaggio intorno al mondo non mi bastava. E decisi di intraprenderne uno dentro il mondo.

Così mi sono laureato in psicologia e specializzato in psicoterapia psicoanalitica. Ma non ho mai smesso di coltivare l’orto, né di volare.

Vivo e lavoro a Trieste. Una città bellissima che si ferma davanti al semaforo verde. Affascinante e fredda come la Bora.

Ho conosciuto anni di duro confronto col dolore. E di riflessione.

La mia vita interiore inevitabilmente si è impastata con quelle dei miei pazienti.

Finché un giorno mi dischiusi alla narrazione. E riconobbi nella mia scrittura una modalità che riecheggiava la seduta psicoanalitica. Libera, spontanea. Dolorosa.

Per questa ragione la chiamai narrazione espressiva.

In lunghi anni d’ascolto ho imparato che crescere significa confrontarsi col dolore. Perché la vita è dolore. E amore.

Quando scrivo amo firmarmi il menestrello. Perché la scrittura è canto, ma anche diletto e gioco. Mi sembra che la vita, se presa troppo sul serio, rischi di diventare un peso intollerabile.

Mi percepisco, e spesso vengo percepito, arrogante e sopra le righe, ma anche forte e generoso. Intelligente.

A me piace immaginare me stesso come un contadino con le ali. O come un menestrello che canta il dolore. E che continua a stupirsi.

. . .