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I fuochi d’agosto restituiscono profondità al firmamento e tragedia al mare notturno.
Le stelle filanti piovono dappertutto. E mi avvolgono di scintille.
Il mare diventa infinito. L’Universo esplode. La volta dilaga.
Un uomo per strada.
Ha il volto sofferente.
Approfitto di un bagliore per guardarlo.
Sembra in cerca di qualcosa. O di qualcuno.
Ha l’aria trasandata. Barba lunga e incolta, giacca fuori moda con martingala alta, e stretta sulla schiena. Porta i capelli cespugliosi e spettinati. La fronte corrugata. Occhi neri e profondi.
Ha il piglio d’una persona istruita, forse è un ingegnere, o un matematico. O magari un musicista.
La fantasia parte rapida: “Un giorno, da qualche parte nel mondo, ha posseduto un violino. Adesso lo strumento giace dimenticato su una sedia impolverata. E sgangherata. In una casa di campagna disabitata da anni.
E’ giovane. A guardarlo meglio.
Ma la prima impressione è quella di un vecchio, povero e solo.
Cammina sciancato. Nelle tasche della giacca sdrucita s’intuiscono oggetti pesanti. E inutili.
Ha mani grosse dal dorso peloso. Le osservo con perversa attenzione.”
“Che cosa porti nelle tasche?”.
Finisce per accorgersi di me e solleva un po’ il capo. Ha occhi imploranti carichi di stupore. Due laghi neri di lucidissima lacca.
Mi scoppia un botto alle spalle, ma me lo sento nel petto. Ne scopro il nitido bagliore attraverso il riflesso in quegli occhi neri tirati a specchio.
Comincio inspiegabilmente a temerlo.
Ho paura.
Esplode un altro colpo a mezz’aria. Un urlo di stupore dal gruppo di bambini col naso all’insù.
Vedo nuvolette di fumo chiaro dentro quelle straordinarie perle nere. Residui delle bombe appena esplose.
Continuo a guardarlo. Mi guarda.
Percepisco un’esperienza surreale. Quasi perdo la mia corporeità. Perché appartengo ormai a un’altra dimensione.
Ho la mente bloccata. Non posso pensare!
Con forza sottraggo attenzione a quelle calamite. Davvero insostenibili.
Lui è là, davanti a me. Con i pantaloni un po’ sbracati e un maglione troppo corto. I peli della pancia esposti alla tiepida aria della notte.
“Non sei dunque così vecchio. Non sei nemmeno tanto brutto!”.
Ha anche una bocca per sorridere. La intuisco sotto gli enormi baffoni scomposti.
Ho paura che parli. Mi scopro terrorizzato da quella voce silente, che potrebbe diventare concreta.

Una persona vera da far male!
Mi fa sentire che nel mondo non c’è solo finzione.
Ma ferisce.
Ho voglia di avere un suo parere. Un’opinione sulla vita. Sulla mia.
Che sciocchezza…
Mi accorgo di non sentirmi più le gambe. Penso che sarebbe capace di soffiare sul fuoco e spegnere incendi. O magari provocarli.
E i fiotti generati da quegli occhi così liquidi potrebbero alimentare fiumi e cascate, provocare rapide, e ruscelli.
“Quante lingue conosci? Sei forse uno straniero?”
Non voglio pensarci. Ma l’attenzione torna a lui.
Le sue scarpe legate da lacci di spago grezzo mi rimandano a scene antiche. La guerra… il dopoguerra. Non mi sorprenderei di scoprire buchi a occhio di pernice sotto quelle suole consumate. Le calze di lana infeltrita sono d’un tenue colore kaki.
Improvvisamente capisco che lo conosco. Lui sono io!
E’ furbo e intelligente, astuto e saggio. Onesto. Arrogante e fragile.
Capace di amare e di stupirsi. Come me.

Il Molo Audace è come una fitta in testa all’Adriatico. Si stende nella notte fin laggiù. Nell’oscurità c’è qualcuno che urla. Scorgo luci colorate. Sono fuochi… ma non sento più i botti. Mi volto indietro. E’ un’ambulanza! Non sento più le voci festose dei bambini d’agosto alla festa dei fuochi.
“Se mangiate tutta la cena vi porterò alla festa sul Molo Audace questa notte”. Promette la mamma triestina ai suoi bambini.
Pare che qualcuno si sia buttato in acqua. Laggiù, in fondo al molo, dove l’alta marea lotta con le rocce semisommerse ricoperte di cozze. Sembra che un’onda anomala abbia trascinato un corpo portandolo rapidamente lontano dal molo. Forse un barbone ubriaco.
Con le porte spalancate l’ambulanza aspetta che una salma venga restituita dal mare gonfio delle ceneri degli spari.
Lui è sempre là, davanti a me. Immobile e gigantesco come un monumento. Nonostante la media statura mi sembra imponente.
Mi guarda senza vedermi. Sento il suo sguardo trapassarmi per andarsi a posare su un punto lontano, in fondo al molo.
Mi giro a caccia di quel punto.
Quattro uomini colorati dalle giacche rifrangenti portano a passo svelto una piccola barella piena di un mucchietto di stracci bagnati. Dentro quella povertà c’è lui… anzi lei.
E’ una donna.
Ecco dunque che cosa cercavano quegli occhi preoccupati. E nerissimi.
Mi giro sgomento per interrogare quello sguardo. Ma lui ormai non c’è più.

Seppi che era un extracomunitario. Se n’era andato lontano, senza neppure dare un ultimo saluto alla sua compagna morta annegata. Per evitare di essere preso senza permesso di soggiorno.

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