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Mario Trovarelli intervista il menestrello

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Mario Trovarelli:
Buongiorno menestrello. Ti darò del tu. Perché tu sei un povero straccione mentre Io sono un grande professionista.
Spero che non ti dispiaccia.

Il menestrello:
No, non mi dispiace per niente. Anzi… la cosa mi mette molto a mio agio.
Tu… Lei mi dia pure del tu. Io Le darò del Lei.
Così rispettiamo le gerarchie.

Mario Trovarelli:
Bene. Vedo che sai stare al posto che ti spetta.

Il menestrello:
Io sì.

Mario Trovarelli:
Comincerei col chiederti perché ti sei dato questo ridicolo nome medioevale. Immagino che tu sappia che menestrello significa cantastorie, giullare, buffone di corte…

Il menestrello:
Mi piace la poesia. Quella che c’è in uno sguardo. Nella voce che accarezza.
Mi piace cantare le cose che Lei scrive per se stesso. E mi piace vedere l’effetto benefico che la mia musica ha sulle persone quando ci metto le Sue parole.

Mario Trovarelli:
Un modo come un altro per nasconderti. Per mascherarti. Io scrivo tu canti.

Il menestrello:
Io non so scrivere. Sono e resto un ragazzo di campagna. Poco istruito.
Ma so commuovermi.

Mario Trovarelli:
Guarda che lo so bene da dove vieni. Ricordi? Veniamo dalla stessa terra Io e te, e abbiamo avuto lo stesso percorso per anni. Poi… è successo che tu sei rimasto fermo, Io sono andato avanti. Molto avanti.

Il menestrello:
Molto avanti. Già…
Per la verità non ero mai del tutto convinto della strada che Lei aveva intrapreso, perciò mi sono fermato. Anzi sono tornato indietro.
Adesso vivo nel sogno della casa d’argilla, senza acqua corrente e senza elettricità. Ma piena d’affetto.
Ho intorno animali e alberi. Parlo con i contadini semplici e forti.
Lei è partito, è andato lontano. Lo so. Ha fatto cose gloriose. Ha conseguito mille successi.
Io sono umile. Accetto la vita per come si presenta giorno per giorno. Mi fermo a guardare le testoline dei bambini innocenti. Con tenerezza. Vado al cimitero e mi commuovo al pensiero di quelle che un giorno erano persone. E che oggi sono anime. E porto un fiore a ciascuno. Per deporlo sulle tombe disadorne di chi non ha più nessuno.
Guardo le scimmie negli occhi. Che sono uguali ai miei. E faccio così anche con cani, gatti, e uccelli.
E i vecchi. Non quelli di Trieste, che sono saccenti e crudeli. Quelli di campagna li guardo incantato. Perché sorridono.
Così accarezzo le piantine di grano col vento di brezza.
Poi, quando Lei scrive le cose, le leggo con ingordigia. E le canto per le vie del villaggio e per le piazze.
Ecco.
Io sono questo. Credo nell’affetto e in Dio Onnipotente.
Amo la Mamma Celeste.
E sorrido alla vita.

Mario Trovarelli:
Tutto molto bello. Ma sei ridotto piuttosto male per sorridere ancora.
Sei povero, solo, senza futuro.

Il menestrello:
Ma con un passato e un presente.
Il futuro è nelle mani della Provvidenza.
Il dolore… il dolore è il pane dell’esistenza. Se sono in grado di attraversarlo fino in fondo per sbucare dall’altra parte, allora continuerò a vivere, e a cantare.
Lei vive di successi. Tutti Le riconoscono doti eccezionali. Io vivo di attraversamenti. Un guado dopo l’altro. Uno dopo l’altro.

Mario Trovarelli:
Dio… la madonna… non credi di ripararti dietro la magia? Cioè nel nulla di una speranza vana?

Il menestrello:
Forse è così. Ma questo l’ho imparato nell’amore della famiglia. Nella semplicità delle querce e degli ulivi. E’ la mia storia, la mia tradizione. Non posso… non voglio tradirla.
Ogni volta che mi sono trovato nella disperazione dell’oscurità, Lei mi è venuta in soccorso.
Come… e perché abbandonarla…

Mario Trovarelli:
Insomma ti accontenti di poco.

Il menestrello:
E le sembra poco l’amore della Mamma, la possibilità di ascoltare il canto del canneto, il profumo dei tralci di vite in primavera, e l’odore delle erbe aromatiche, e le corse con gli animali, e sentire il velluto della neve fresca sulla pancia. E la pioggia battente e la tramontana capricciosa che disegna onde meravigliose nel grano di maggio… e tutto il resto…
Anche i Suoi testi, Dottore, sono doni. Lei scrive parole dolcissime e saporite. Che sanno di tutto quello che c’è nell’universo.
Lei le sa scrivere. Io le so cantare.
Io ho bisogno di Lei, Lei di me.
La mia speranza è di sederci un giorno sulla collinetta, laggiù. E di ascoltare insieme il fruscio delle ali di pojana e ammirare Il Gran Sasso a nord e La Majella a ovest.
All’ombra della grande quercia.

Mario Trovarelli:
Sotto la quercia continua ad andarci da solo. Tu sei un vecchio regredito e rincoglionito. Io sono un grande pilota. Uno scrittore. Un professionista. Sono e sarò sempre giovane e forte.
Non credi che dovresti allontanarti dalla tua fragilità?

Il menestrello:
No. Non credo. Perché la mia forza sta proprio nella consapevolezza della mia fragilità.
Io voglio restare un povero straccione. Lei sarà sempre un grande professionista con il petto pieno di medaglie.