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Batte l’ora… la pendola di quercia.

Le otto in punto.

Mi aggiusto la kippah sulla nuca, e mi siedo a tavola per la cena.

Solo. Come ogni sera da otto anni. Aspetto che Hole serva gli antipasti.

Osservo il lungo desco imbandito. Noce massello solido, e pesante come le sedie, il letto a baldacchino. Gli armadi.

Soltanto la pendola è di quercia. Questione di sfumature.

La casa è parte del patrimonio di famiglia. L’ho ricevuta in eredità dalla nonna Mithra. Col giardino, gli alberi. Il pozzo.

Tutto vecchio. E assai prezioso.

E’ morta a Natale la mamma del mio povero papà. Se n’è andata il giorno della nascita di Gesù. Ironico contrappunto! Una curiosa coincidenza per un’ebrea convinta e praticante.

La solitudine non mi spaventa. Qui mi sento bene. Di giorno il mio lavoro. Alla sera, dopo cena, scendo in laboratorio per la consueta festa notturna. Giù in cantina. In compagnia di amici e parenti.

Un’ora esatta per la cena. Sessanta minuti.

La pendola batte le nove. La cena è finita. E’ tempo di scendere in cantina.

Hole, la mia devota domestica sordomuta, serve la famiglia da decenni. Prima i nonni, poi il papà… ha continuato con la nonna paterna, sopravvissuta a mio padre per anni.

Mi ha visto nascere la buona donna. È sordomuta, ma c’intendiamo benissimo. Puntuale e precisa come un orologio svizzero. Perfezionista e servizievole. Ha occhi acuti e molto attenti. Capelli canuti raccolti in due belle trecce appoggiate sulle spalle. Un lungo abito nero sormontato da un piccolo grembiulino bianco. Impeccabile.

La sordità non le impedisce di percepire, quanto basta, la vibrazione della campanella di bronzo che tengo costantemente sul tavolo. Accanto alle mie posate d’argento. Qualche parte remota del suo vecchio cervello recepisce. E risponde. Puntuale e dolcemente sottomessa. Un suono diverso per ogni comando. Lei capisce, ed esegue.

Sul cassettone di fronte al desco la Menorah di famiglia. L’antico candelabro a sette braccia che nel Tempio scandisce il trascorrere dei giorni della settimana. L’ultima fiammella segna lo Shabbat, la festa del riposo.

La cena prevede un protocollo formale e rigoroso al quale tengo moltissimo. Quasi un rituale, un cerimoniale che appartiene alla famiglia da secoli. Tutto dev’essere perfettamente organizzato e ben presentato. Altrimenti m’innervosisco con la domestica e poi mi tocca punirla.

Per fortuna lei è sempre rispettosa dei miei comandi e dei miei desideri. Ma qualche volta sbaglia. Allora la guardo con eccitata severità. Lei capisce e si avvicina, libera le sue natiche dalla pesante gonna di velluto nero, e resta così, davanti a me, in attesa della meritata punizione. Col sedere esposto, protetto unicamente dalle lunghe mutande bianche finemente ricamate, attende. Ubbidiente.

Lei stessa mi porge il frustino di punizione e aspetta pazientemente che io decida il numero di frustate da somministrarle.

In genere parto con l’idea di impartirle una lezioncina esemplare. Ma poi mi lascio prendere la mano e… inevitabilmente… inesorabilmente, mi lascio andare e la picchio violentemente e ripetutamente sul culo. Fino a farglielo diventare rosso… blu… graffiato. Grondante. E non riesco a fermarmi. Finché non vedo che se la fa addosso e cade sotto i miei colpi furibondi.

Allora, accaldato e sudato, mi placo. Eccitato e soddisfatto, mi fermo.

Lei si rialza. Si ricompone, e mi ringrazia. Poi pulisce il pavimento, e riprende a servire la cena come sempre. Composta… arrendevolmente devota.

Oggi l’ho picchiata due volte. E la seconda volta, subito dopo la somministrazione delle percosse, non si è rialzata come fa di solito. Pensavo che volesse ribellarsi. Allora ho continuato a picchiarla. Di più… di più… con rabbia… con la bava alla bocca… come faceva lei, quand’ero piccolo.

Mia madre mi picchiava così. Con eccitazione e furore. E non si fermava finché non mi vedeva a terra sanguinante e pisciato.

Poi mi ordinava di rialzarmi, di pulire per terra e di andarmi a cambiare gli abiti, prima di riprendere la cena insieme.

Mio padre assisteva in silenzio. Ma mentre si consumava il rito della punizione smetteva di mangiare. La solennità dell’occasione non permetteva a nessuno di muoversi. O di parlare.

L’ultima volta che lo fece avevo cinquant’anni.

Caddi, e non riuscii più a rialzarmi. Allora lei continuò a picchiarmi urlando selvaggiamente. Fino quasi a farmi svenire.

Ma io sono un medico. Anatomopatologo. E compresi che quell’episodio poteva essere l’ultimo. Così feci appello a tutte le mie forze, e in un baleno mi rialzai e le balzai addosso. L’afferrai per la gola e la tenni stretta. Stretta… fino alla fine.

Mia nonna e mio padre non mossero un capello. Restarono al loro posto. Impassibili come sempre. Ma quando tutto fu completato, mia nonna esortò mio padre: “Va bene figliolo, adesso dai una mano a tuo figlio per portarla giù.”

Così la preparammo e le assegnammo un posto d’onore, nella sala delle feste… giù, nella nostra bella cantina.

Era una domenica di tanto tempo fa.

Ma la mamma vive ancora con me. E’ solo passata al piano di sotto. La incontro ogni notte e insieme con tutti gli altri amici facciamo festa e balliamo con passione.

Un giorno, poi, toccò a mio padre. Mia nonna lo picchiò e lo uccise. Poi mi aiutò a sistemarlo accanto a mia madre. Giù nella cantina delle feste.

Così restammo noi due soli. Io e la mia nonnina.

Nonna Mithra è stata l’unica della famiglia a spegnersi in modo naturale. Credo.

A meno che non abbia risentito di quello stupido alcaloide che le somministravo in piccole dosi ogni sera, insieme con la sua bevanda preferita: lo sherry!

Fu il giorno di Natale di otto anni fa. Se n’andò in silenzio. Con la faccia riversa, caduta dritta nel piatto della minestra.

Quella volta fu Hole ad aiutarmi.

Da allora nonna Mithra riposa accanto a tutti i nostri avi e ai miei genitori. E’ seduta sulla sua poltrona preferita. Io la pettino ogni sera, come facevo da bambino.

Adesso sono qui, davanti al corpo accasciato della mia fida domestica. Steso sul pavimento di marmo. Ho timore di toccarla. Potrebbe essere…. E se così fosse… proprio non saprei a chi chiedere un aiuto per portarla di sotto e sistemarla accanto alla famiglia. Che lei ha tanto amato.

Così non la muovo. E scenderò giù da solo. Questa sera voglio dare una festa più grande e più bella del solito. Voglio danzare con tutti i morti della mia famiglia. Riservando alla mia mamma un posto d’onore.

Leggerò dei passi dal mio tanakh prima di dedicarmi alla gioia. La sacra Bibbia mi dà pace e conforto ogni sera, prima di scendere in cantina. Subito dopo, con l’aiuto del Cielo, aprirò le danze con lei. Farò un lungo, dolce e appassionato ballo.

Perché sono felice. Ormai sono rimasto l’unico sovrano della casa. Non c’è più nemmeno la domestica. Sono il sommo signore di questa bella reggia. E la mamma sarà la mia dama preferita. Con lei danzerò appassionatamente. Ogni sera… ogni notte. Fino in fondo.

Fino alla fine.

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