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Erano le tre di notte e già s’annunciavano le prime luci del mattino. Il lancio avvenne in condizioni d’emergenza.

Il pericolo di essere avvistati era incombente, perciò la quota di volo doveva essere mantenuta bassa. I caccia nemici perlustravano le alte quote allo scopo di intercettare i nostri bombardieri che quotidianamente si alzavano in volo per martellare la zona di confine.

Ci lanciammo al limite della quota minima. Nella speranza che i paracadute si aprissero regolarmente.

Il tempo di caduta libera fu brevissimo. E in pochi attimi mi ritrovai stordito da un violento colpo alla testa. Compresi di trovarmi a testa in giù, con la faccia schiacciata contro il tronco di un albero e le bretelle maledettamente strette sulla schiena.

Impiegai un bel po’ per capire dove fossi e che cosa ci fosse intorno.

Mentre cercavo di riordinare i pensieri un urlo lacerò la notte. Qualcuno doveva essere finito contro una roccia o si era infilzato in qualche ramo.

Non sapevo chi fosse. Ero confuso e dolorante. L’impatto con l’albero era stato violento.

Cercai di girare la testa per raccapezzarmi. Ma stretto com’ero tra le bretelle e l’albero, non riuscii a muovermi granché. E non vidi nient’altro che foresta e vegetazione fitta.

Mi faceva male la testa. Ma ero sufficientemente lucido per essere felice d’esser vivo.

Aspettai un po’ che passasse il dolore acuto.

Quando cominciai ad ambientarmi realizzai d’essere appeso a quell’albero in una condizione veramente difficile.

Ebbi paura. Ero restato appeso e immobile per troppo tempo e temetti di essere avvistato da qualche pattuglia in ricognizione.

Quando tesi l’orecchio per cercare il più piccolo rumore mi resi conto che stava accadendo il peggio. Una pattuglia nemica in avvicinamento.

Mi ero salvato dal lancio. Ma cominciai a temere di non poter sfuggire alle pallottole nemiche. Morire a testa in giù… maledizione. Tentai di aggrapparmi ai rami per raddrizzarmi.

Mi venne in mente Marchi. Se lui non avesse dato l’ordine di lancio fuori tempo, non saremmo finiti su quella maledetta foresta.

Io lo sapevo… lo sapevo bene che quell’idiota non era all’altezza.

E poi non ci vedeva. Non avrebbe dovuto occupare quella posizione.

Portava gli occhiali tutto il giorno e se li toglieva solo quando andava in volo.

Ma la carta non la sapeva leggere comunque. Nemmeno quando portava gli occhiali sul naso.

Ero sempre impedito dall’imbracatura, non potevo muovermi. Come avrei potuto soccorrere quel poveretto che ormai si lamentava a bassa voce!

La pattuglia aprì il fuoco. Chiusi gli occhi e pregai. Sentii di nuovo le urla strazianti di quel poveretto. “Dio fallo smettere. Ti prego. Una pallottola alla testa… meglio morto che così sofferente.”

Pregai che beccassero solo lui, che era ferito. E che non si accorgessero della mia presenza tra i rami.

Avevo ormai il sangue alla testa. Stavo impazzendo. Il fuoco era intermittente. Raffica raffica silenzio. Raffica silenzio… raffica…

Riuscii a scorgere i soldati in lontananza. Si avvicinavano e poi si allontanavano di nuovo. Capii di non essere stato localizzato.

Ma all’improvviso un colpo di mortaio. Vicino quanto bastava per avvertire lo spostamento d’aria.

Volli credere che fossero i nostri che reagivano alla pattuglia. O che magari fossero stati avvertiti dal pilota che nel frattempo doveva pur essersi accorto dell’errore di lancio…

Lui continuava a lamentarsi. Ho di nuovo sperato che morisse presto. Per lui e per me.

Stavo malissimo. Speravo di non essere scoperto. Non volevo essere responsabile della morte del mio compagno. Ma la cosa che volevo al di sopra di ogni altra, era salvarmi la pelle.

Sono trascorsi trent’anni da quella notte d’inferno.

Oggi mio fratello avrebbe compiuto cinquantadue anni. E sulla sua tomba, come ogni anno, chiedo perdono a lui e a Dio per aver implorato che una pallottola mettesse fine alle sue sofferenze e a quelle grida che stavano mettendo in pericolo la mia vita.

Sono vivo. Ma continuo a sentirmi indegno di questa vita rubata. Avrei potuto sparare, avevo il mitra in posizione di tiro, potevo lanciare un paio di granate, le avevo sul cinturone. Potevo tentare di raddrizzarmi, di arrampicarmi sui rami, potevo… potevo… potevo… ma ero paralizzato dalla paura.

Gli volevo bene a quel fesso. Togno, fratello mio.

La squadra di soccorso fece fatica a tirar giù dall’albero quello che restava di quel corpo dilaniato dai proiettili.

Ma lui il paracadute di soccorso non ce l’aveva. Maledizione, non ce l’aveva perché noi due facevamo a gara per chi era più coraggioso… più incosciente. Più fesso…

Poco prima di morire lo sentii urlare una preghiera: “Dio prendimi. Adesso! Prendimi Dio. Fammi morire. Ti prego.”

Fu allora che riconobbi la sua voce.

Poi silenzio.

Io mi sono salvato. Mio fratello è morto.

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