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Caro diario, ormai è quasi buio.

Guardo le rare persone che passano per strada. Osservo le case senza terrazze e senza fiori. E mi sembra una scena da day after.

Qui è tutto spoglio e senz’amore. Quel tale voleva l’amore per venti euro!

Ma l’amore non si vende e non si dona. Troppo prezioso per essere venduto, troppo esiguo per essere donato. L’amore è solo dedizione. E la mia fonte è quasi secca.

Qui sono poco stimolata… apatica… e sola… Non mi piace.

Un tempo leggevo, ascoltavo. Guardavo.

Non ho prospettive. Sono stanca. Di passeggiare. E di aspettare. Vorrei sedermi un po’, ma Trillo non perdona.

Mashena… il mio villaggio lontano. La gente laggiù sta fuori tutto l’anno. E di sera si riversa per le strade e affolla i locali. Ce ne sono pochi. Uno solo.

Nella stagione delle piogge la mia baracca si allaga d’acqua e fango. E il mio giaciglio bagnato resta inutile per giorni e settimane. Ma lì è casa mia. Dove sono nata e son cresciuta…

Stasera non si vede nessuno. Manco ci fosse il coprifuoco.

E io quasi non so chi sono. Non posso più essere chi ero, ma neanche quella che credevo d’esser diventata. E soffro. Mi annoio da morire.

Ritrovare un’identità, una mia collocazione… ma se non sei una cittadina comunitaria… bianca e regolare… Io a mala pena riesco a reggere la parte. Anche se ho abbastanza per vivere… per sopravvivere.

Mi annullo per non scoppiare. O forse sono in depressione. Depressa e desolata. Malattie da culi bianchi e striminziti!

Laggiù, nel mio villaggio dolce e spoglio, non mangiavo tutti i giorni e non avevo un letto asciutto per dormire. Qui mangio e vado dalla parrucchiera ogni settimana. Per far belli i miei capelli, neri e folti. Ho una stanza tutta mia. Piccola, ma asciutta e confortevole.

Cos’altro…

Ieri mi sentivo giù. Mi è capitato uno che mi dava venti euro, se solo l’avessi fatto sentire amato!

Già, solo… Come se fosse facile…

Ma io non posso amare, perché non sono più amata. Ho nostalgia della mamma. Non posso essere quello che scelgo di essere, anche se qualche NO riesco ancora a dirlo. Così sono riuscita a liberarmi di quell’orribile mammone.

Amare per venti euro… proprio non potrei, non ci riuscirei nemmeno gratis, figuriamoci per soldi!

Io faccio la vita. Questo sì. Batto in periferia. Faccio la puttana… mi chiedo se questo è vivere…

Visto che questa schifezza la chiamano vita!

In altri tempi mi sarei impegnata in qualche fighissima ricerca socioantropologica per scoprire i risvolti più nascosti di quest’interessante definizione: battere vuol dire far la vita!

Ho la laurea in antropologia culturale. E nemmeno il marciapiede può togliermi il titolo di dottore. Una puttana negra laureata! Anche se dell’università conservo soltanto un pallido ricordo. Stretta come sono nella terribile morsa delle mie inconciliabili identità.

Nevrosi da marciapiede.

Per fortuna arriva il venerdì. E finalmente dieci clienti assicurati. Un bel mille euro tutto tondo per quel Trillo d’un coglione. E le briciole per me.

Qui non ho rapporti con nessuno. Un vero paradosso se penso che i bianchi definiscono rapporti gli incontri sessuali.

Non sopporto il silenzio di questo marciapiede. La mia vita è allo stato vegetale, quasi un coma irreversibile. Trillo non lo vedo quasi mai. Ma non ho bisogno di cercarlo, è sempre lui che viene a trovarmi quando ho soldi in borsetta. Piomba giù come un furfante d’avvoltoio per derubarmi e picchiarmi.

Da piccola passavo pomeriggi interi a guardare gli avvoltoi che volteggiavano nel campo dietro la baracca. Dove stavo coi genitori e con i miei troppi fratelli.

Mi piaceva molto seguire con gli occhi i loro voli a cerchi concentrici che progressivamente li portavano a scendere in picchiata sulle carcasse d’asinelli.

Se ti annoi puoi parlare con le tue colleghe. Mi urla sempre Trillo. Così eviti d’andare in para. Ma non fermarti a parlare col cliente. Con lui devi sbrigarti e tornare in fretta a lavorare. Il tempo è denaro.

Il cliente si muove come un sacco di patate che rotola giù dalla scarpata. E mi ferisce l’anima prima ancora del corpo. Ma le puttane non hanno l’anima, nemmeno nell’era del satellite e della comunicazione digitale. Ladri e puttane non hanno anima. Perciò chi li uccide non va nemmeno all’inferno. Diceva il saggio.

Penso alle mie sorelle. Chissà dove si trovano adesso.

E alla mia mamma…

I miei fratelli sono morti nella savana. Caduti nel corso di rastrellamenti organizzati dai ribelli in seguito ad azioni di guerriglia. Ne avevo sette. Tutti partiti giovanissimi per arruolarsi nell’esercito di liberazione. Andati a combattere per un bel pasto caldo e sicuro. E sono morti.

Vorrei provare ad essere un po’ felice. Quando la sera vado a dormire crollo nell’apatia. Ma poco prima, verso l’imbrunire, mi animo un po’ nel fugace ricordo dei tramonti africani. E la mia mente torna per un attimo a percepire un lieve palpito d’intimità. Sempre struggente.

Papà mi diceva che la legge dei vecchi prescrive alle ragazze di non fermarsi a parlare con gli sconosciuti, non tenere le gambe larghe, non sporcarsi le mani col fango, non dare confidenza agli uomini cattivi, non indossare biancheria intima, non fumare le sigarette dei bianchi, non dare il piacere a chi non lo merita.

E molto di più.

Mio padre mi faceva delle cattiverie inenarrabili, ma sempre con bontà infinita. E adesso mi trovo di fronte al mio dilemma, un conflitto assai pungente di cui ho preso coscienza solo quando ho cominciato a studiare. Qui in Europa.

Ancora oggi, insomma, mi domando se mio padre era buono o cattivo.

Mi vendette per poche monete ad un bianco di passaggio. Avevo tredic’anni, o forse quindici. Era la cultura di allora. Un’economia di sopravvivenza.

Appena fuori del villaggio c’era un possente baobab. Per l’ultima volta lo guardai sconsolata, mentre lui mi tirava per il braccio. Piansi molte lacrime di dolore nell’abbandonarlo, ma dovevo essere felice, perché in fondo mi stavo assicurando la vita!

Già, la vita…

Il mio nuovo padrone mi ha dato il superfluo, in cambio mi ha preso quel poco che avevo. E ha stravolto la mia natura. Prima di morire mi ha fatto completare gli studi. Ho frequentato l’università dei bianchi e mi sono laureata in antropologia culturale. Ma quando lui è morto sono finita inesorabilmente qui, sul marciapiede. Nel reparto più in basso, quello battuto dalle negre africane. Sotto la protezione del grande stronzo: Trillo, il piccolo imbecille.

Fare l’amore è una cosa bella per tutti, ma per me è una grande cattiveria. Il piacere non m’interessa. Eppure sono giovane e bellissima. Ho un corpo da capogiro. E i miei capelli sono folti e ancora lucenti, ho una faccia da sogno e una bocca invitante. Ma quando mi guardo allo specchio veramente non so chi sono.

Per esser veri bisogna accettare la propria falsità, perché la vita è un falso d’autore. E spesso è veramente difficile distinguere il falso dall’originale. Chissà qual è la vita vera. Forse un sogno. Una fantasia d’altri tempi.

Fumo l’ennesima sigaretta, mentre sul manifesto appiccicato al muro c’è scritto che se vuoi sognare devi comprarti una grossa macchina giapponese e girare in libertà per l’intero continente. Vediamo un po’… quante scopate devo fare per comprare una grossa macchina giapponese? Nel frattempo di macchine giapponesi Trillo ne ha già cambiate quattro in due anni.

Caro diario, io cerco di trovarci qualcosa in questa mia vita. Ma forse è sufficiente mangiare tutti i giorni, e dormire in un letto asciutto, per esser viva.

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