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Chissà perché questo piccolo caffè mi piace tanto. E’ sporco e triste. Se almeno qualcosa lo distinguesse da centinaia di altri: macché…

Eppure ci vengo volentieri. Mi domando perché.

L’aria fumosa che c’è qui dentro mi mette addosso una sottile inquietudine, ma c’è qualcosa che continua ad attrarmi. Forse perché ho l’abitudine di restare legato alle vecchie ferite!

Mi viene in mente che fu in un localino come questo che la incontrai. Poco più di un anno fa.

Ero uscito per trovare un rifugio, per rinfrancarmi dal terrore della grande metropoli. Ero uscito dall’albergo in cerca di un posticino come questo.

Vagai un bel po’ prima di fermarmi in quel piccolo caffè, lontano dal traffico caotico del centro. Ero stanco, e quando vidi l’insegna ebbi fretta di entrare e sedermi.

Notai subito il suo viso, dolce e rassicurante. “Una principessa gitana nel posto sbagliato”. Pensai.

La guardai per qualche istante prima di cedere alla tentazione di sedermi al tavolino accanto al suo.

Poi, con ostentata indifferenza, le rivolsi la parola nel mio francese sgangherato. Lei si difese subito: “Je ne parle pas francais.”

Capii. E scoppiammo assieme in una risata liberatoria.

“Anch’io sono italiano.” Ammisi.

Così un disastroso viaggio di lavoro a Parigi fu meravigliosamente illuminato da quel volto di ragazza. Sfuggente come una rapida meteora.

Credo che questo piccolo caffè di periferia conservi l’eco di quel pomeriggio con lei.

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