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Sono un poeta primitivo e sognatore.
Le mie parole sono pitture rupestri. Graffiti che raccontano immagini di vita che riconducono drammaticamente alla grotta in cui vivo con la mia femmina e tanti piccoli.
Fragili affreschi, collocati a improbabile memoria della nostra vita arcaica, si stagliano sulle pareti terrose di questa caverna malamente illuminata.
Una torcia accesa sul pavimento brucia grasso di mollone e proietta fantasmi traballanti in tutti gli angoli dell’antro.
Il paesaggio intorno alla mia dimora è ostile e selvaggio. Ma ricco di caccia.
Ho viaggiato molto in queste ultime primavere. Di quando in quando mi sono fermato. Ma poi la mia femmina è morta, da queste parti.
E io sono rimasto qui.
Avevamo cacciato insieme il mollone mille volte, avevamo trascorso tanti tramonti giù al fiume. Pescando rinòcefi.
E’ morta la scorsa luna la mia femmina selvaggia. E’ stata dilaniata da un velocirex dalla bocca piena di denti taglienti. Così mi sono preso sua sorella più giovane. Rsja.
La fanciulla ha appena maturato le mammelle sul petto, perciò è forte e veloce. E sa cacciare bene. E’ resistente. Corre col karjonte e quando ne cattura un esemplare lo morde sul collo con i suoi denti bianchi e forti.
Succhia quel sangue caldo per diventare ancora più forte e più bella. La piccola Rsja.
Ha solo dodici primavere.
Forse tredici.
Delle mie ho perso il conto.
Sono andato fuori di testa perché ho masticato infinite foglie di waloè.
Adesso ho la pancia gonfia e i piedi doloranti.
La mia vecchia madre era avida di foglie. Le leccava e le succhiava con voracità.
Ma anche lei è morta. Ormai.
E’ buio qui. Fa freddo.
Sono triste nello stomaco.
Mi sento solo.
Non è nato ancora nessun grande uomo su questa landa. E lo stesso Pianeta non ha ancora un nome.
Io sono un poeta. E il destino del poeta è la solitudine. Perché niente e nessuno può contenere la sua grandezza e il suo dolore.
Per ora sono l’unico artista sulla landa.
Siamo immersi in una sorta di brodaglia primordiale, ma non c’è neppure uno straccio di scienziato che possa comunicarlo a tutto il mondo.
Non è stata ancora inventata la scrittura. Né la stampa.
Le prime riviste scientifiche usciranno tra migliaia di primavere.
Non sono nati i profeti. Non c’è ancora il Battista per annunciare la novella.
Maria dolcissima non ha ripreso il Figlio nel grembo dopo la morte sulla croce.
La televisione, il computer, il telefonino… manca tutto.
Napoleone non ha ispirato il Manzoni, perciò gli studenti del liceo non hanno poemi da mandare a mente.
E non esistono neppure i licei. Siamo tutti analfabeti.
Ma un poeta non ha bisogno dell’alfabeto per cantare l’azzurro del cielo e la profondità del mare.
Mi manca tanto il rock e il rap, la techno e la borsa. L’Hi Tech non fa ancora sognare gli sciocchi navigatori del web.
La mia caverna dovrebbe trasformarsi in qualcosa di più accogliente.
Una poltrona… un caminetto… un gatto, magari.
Quasi quasi m’invento le palafitte.
No… non posso fare neanche questo passo se prima non sarà arrivato il diluvio che inonderà la landa.
Il sole, oltre la valle, indugia un po’ sull’orizzonte.
In quest’ora dolce della sera il cielo s’illumina degli ultimi raggi e si tinge di serenità.
La volta appare come un manto purissimo.Tra il celeste e l’azzurro.
Le stelle del crepuscolo sono le più luminose. Gioielli preziosi che rendono più belli e sorprendenti i cieli che presto volgeranno al violetto, poi al blu intenso, e finalmente s’oscureranno per donare risalto e splendore a tutti gli astri. Anche a quelli la cui luce è fioca perché giunge da lontano.
Gli spazi neri tra gli ammassi luccicanti sono profondi e misteriosi, al punto che a fissarli troppo si rischia di sprofondarvi dentro.
Lassù, un giorno, abiterà l’Onnipotente. Quando l’uomo l’avrà inventato.
Mi sento solo e triste in questa grotta fredda e buia. In compagnia della mia piccola Rsja e con la nostalgia per il futuro.
Mi manca tanto la musica che verrà.
Mi manca il progresso che non c’è.
Ma io ci sono!
Vorrei inventare qualcosa che mi faccia vivere una grande avventura.
Che mi conduca dentro un mondo lontano, al di là di questa fredda caverna oscura.
Io esisto. Rsja c’è. I piccoli ci sono.
Stanotte proverò ad avventurarmi in un nuovo universo. Guarderò dentro di me. Per vedere se trovo qualcosa di profondo e misterioso.
Chissà che il progresso non cominci da questo strano mal di pancia che mi prende quando m’avvicino alla femmina e ai piccoli!
Forse a questo dolore potrei dare un nome.
Lo chiamerò amore.

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