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Sento la Poesia.
Osservo la Natura con gli occhi del bambino. Vivo la Vita con stupore e con paura. Con rabbia e con amore.
Oggi sono felice. Non avrei mai creduto di poterlo rifare, di poter correre ancora accanto a quel bambino sul prato. Anche se lui ormai non può più vedermi, né sentirmi. E’ partito tanto tempo fa dalla campagna abruzzese per non farvi più ritorno.
Ascolto l’armonia del vento nella valle sin da quando ho ricordi.
Sento il respiro di cento donne. Di tutte quelle che non mi hanno amato. Di una sola, della mia mamma.
Sono il poeta della campagna.
Disteso sulla terra morbida guardo il mondo dall’altezza del fanciullo.
Chissà se anche lui ricorda quando il nonno raccontava le storie di eroi e di battaglie, di viaggi e di notti magiche illuminate da mille fuochi.
Com’è intensa oggi la volta infinita. La terra… il corpo… la mano… il tronco. I rami le fronde… le nuvole del cielo.
Mamma!
Dolce parola che si stringe in gola. Mamma dolce, mamma di burro. E di cioccolata.
Il caldo tepore della legna di quercia riscalda il camino.
Ho volato.
Dalla campagna al mare, dai monti alle metropoli. Ho volato.
Ho conosciuto molti contadini e ho fatto tesoro del loro sapere.
Con loro ho visto e assaporato frutti di terre diverse.
Ora scrivo per curare.
Mi piace stupire.
Amo comunicare fino in fondo per esprimere me stesso senza veli.
Scrivo per commuovere. E per piangere.
Scrivo per dare un volto ai dispiaceri degli uomini che soffrono.
Per trasformare in lacrime il loro dolore.
Scrivo per sognare.
Sono il poeta del vento.
Mi stupisco del cristallo che rende azzurro il cielo e bianche le nuvole d’ovatta.
Luminose le stelle.
Scrivo i sogni mai sognati. Offro l’affetto mai provato.
Scrivo per cantare e per lenire il dolore mai sofferto dai prigionieri del pensiero.
Dono me stesso a tutti. Uomini e donne. E mi sento onnipotente. Per questo sono insoddisfatto. E torno a scrivere. Per dare. E per prendere.
Sul fuoco c’è la pentola nera con la polenta.
Non si scalderà mai quella minestra. Resterà cruda per sempre. Perché manca l’affetto di una donna innamorata del suo bambino.
Non voltarti indietro ora, scappa ragazzo. Corri veloce.
Va’ lontano e non voltarti mai.
Sono il poeta delle miniere.
A notte fonda m’incammino per le vie del paese per raggiungere il sentiero che va dentro la montagna. Prima dell’aurora.
Oggi i compagni sono pigri. Fa freddo. Ma forse domani pioverà e il gelo si scioglierà. Ci sarà quel fango che s’attacca agli scarponi e le calze di lana s’inzupperanno. Ma poi il tepore tornerà.
Vedrai!
Qui c’è tanto odio. La mia casa è invasa dalla guerra. Armi e uniformi dappertutto. Terrore e amore s’intrecciano per l’aria fino a raggiungermi e trafiggermi. Il cuore.
Sono nato nella guerra. Ma la guerra finirà e l’amore trionferà.
Prima della bara il matrimonio. Il sapore agro-amaro delle foglie di cicoria. Il battesimo. E il dolce vagito d’una bimba. Che crescerà e un giorno se n’andrà. Ma poi tornerà. E mi amerà!
Vedrai.
E’ meglio guardare vicino. Meglio non guardare lontano. C’è la morte laggiù.
Verso il dolce canneto mosso appena dal vento caldo della sera.
Non guardare troppo in là, ragazzo!
Svanisco come una chimera. Sono un’illusione di grandezza. Uno spirito onnipotente.
Ma sono un poeta. E la Poesia crea ogni cosa. Trasforma in luce ogni palpito di vita. In emozione ogni spunto di pensiero.
Sono il poeta del volo.
Mi tuffo giù in picchiata nelle valli di lacrime e m’impenno su in cabrata per le vette alte dei successi fugaci. Sorvolo campi e boschi.
A volte passo a sfiorare le piccole onde ballerine dei laghi di montagna e attraverso la spuma bianchissima dei ruscelli di campagna. A volo radente.
Posso spingermi fino all’orizzonte estremo dove il mare blu s’incontra col cielo azzurro.
Un giorno punterò dritto le ali in cabrata con manetta avanti a tutto motore. Salirò verso l’alto finché l’elica non avrà più respiro. Né aria da mordere.
Un palpito estremo di vita, prima del grande trapasso. E ancora più su. Fino alle sorgenti della luce, dove non si ha più voglia di tornare indietro.
Sono il poeta del dolore.
Impara ragazzo. Impara da chi soffre. Aiutali e sarai perdonato, sostienili e diventerai più forte. Almeno un po’.
Forse non sarai condannato per non essere stato amato. Forse!
Ho sentito troppo forte il bisogno di libertà e ho nutrito una rabbia troppo grande.
Sono cresciuto nelle mille contraddizioni dell’odio e dell’amore, dell’intelligenza e della furbizia, del piacere e del dovere.
Ho imparato a torturarmi e ho torturato per gelosia non meno che per ignavia.
Mi sono spinto molto avanti nella vita utilizzando gli arnesi curiosi della mente.
Ho fatto le sette fatiche d’Ercole e poi ho fatto anche le mie. Poi, non soddisfatto, ne ho fatto delle altre costruendo grandi castelli e distruggendoli subito dopo.
Per anni ho provato la solitudine più cupa. Erano scomparsi tutti gli esseri del mondo.
Ero rimasto l’unico abitante della Terra e mi faceva male sentire che chissà in quale universo lontano c’era ancora una voce di bimba che chiamava il suo papà.
Il mio papà è morto tanti anni prima di morire.
Anch’io un tempo ero papà ma poi ho perso tutto perché ho perso l’amore di mia figlia.
Ma l’Onnipotente mi ha guardato con i Suoi occhi benevoli e mi ha regalato una nuova vita. Mi ha restituito l’amore di mia figlia e mi ha insegnato come si ama. Nelle mie mani, adesso, c’è tutto il mondo. Tutto!
Mi piace fare bene il mio lavoro. Faccio il giardino di professione. La gente viene e si sdraia su di me accarezzando l’erba o calpestandola con rabbia. Talvolta mi trasformano in qualcosa d’altro. In molte cose diverse.
Li ho visti trasformarmi in orto per piantarci ogni genere di ortaggi. In campo di calcio per giocarci a palla. In terreno da sondare per cercare il prezioso petrolio delle loro sofferenze.
Quasi sempre le persone pisciano sul terreno sul quale poi giacciono per riposare.
Ho imparato ad accettare le ingiurie gli insulti e ogni altro genere di vessazione perché so che questo li fa stare meglio.
Comincio a non temere più la Morte perché mi sembra che Essa porti da qualche altra parte, dove i giardini sono eterni e non si resta mai soli. Ma poi la temo di nuovo se mi viene in mente il deserto.
Chissà se potrò mai accettare la trasformazione che è implicita nella Vita. E nella Morte.
Io voglio essere un giardino buono perché vorrei andare in Paradiso.
Scrivo per guarire e per imparare a volare.
Scrivo per guarire. Per essere amato.

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