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Vivo per amare.

M’incantano ancora i tuoi occhi verdi, e m’inebria di luce calda la tua pelle ambrata. Che sa di passerotto.

Vivo ancora per guardarti danzare.

Con premura e tanta cura preparo la colazione per questo giorno di Natale. Cappuccino bollente e panettone caldo.

Con gli occhi, e tutto il resto, ti osservo trasognato mentre audace e assai sfacciata indossi arcobaleni.

Miele biondo verde giallo. Il rosso sullo sfondo.

Prima d’oggi non avevo mai osato guardare la mia vita attraverso le tue rosse mutandine. Per questo fiutai l’estasi. In un interminabile baleno provai la beata voluttà di strappartele dal culo. E le usai per trasformare la mia vita in un incanto.

Ammainai molto in fretta quella rossa tua bandiera. E in un momento si realizzò la mia sintesi perfetta.

Fu così che si confusero l’inferno e il paradiso, mentre l’acqua s’impastò con il fuoco e con le fiamme. Il piacere diventò un acuto mio dolore.

Bene e male s’unirono e si fusero. Per sempre, e senza fine.

E nacque un mondo nuovo.

Ne approfittai per raccogliere il sapore trasgressivo d’uno scenario arcano e denso. Di mistero irrefrenabile.

Nel bel mezzo della notte noi guardammo quelle stelle, abbarbicati sul giardino del mio prato rigoglioso.

Orione Cassiopea Orsa maggiore e Orsa minore. Il Carro con la Stella.

E venne poi la luna.

Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante.

Ricordi?

Te l’avevo infilate poco prima, le mutandine di Natale. E la luce di quel rosso tuo piccante s’era sciolto nel fulgore del tuo corpo sorprendente. Ammaliante e prodigioso.

Quando provai a risalire i i tuoi glutei compatti, per cercare il fuoco acceso, poi finii per sfilarti l’indumento giù dal globo.

E ci volle la mia forza di maschio innamorato per superare il grande tondo, davvero gigantesco.

Fu allora che nei tuoi occhi, intensi e verdi, sorpresi lo stupore d’una fata, ch’è capace di donare amore e vita al verde mio giardino.

Per colazione pane tostato un po’ imburrato. Ma oggi è pur Natale. Cappuccino e panettone. E starai rannicchiata su quel morbido divano, con la gamba sotto il tondo ipnotico culone. Al riparo dei capelli lunghi e intensi. Biondi raggi rilucenti.

Colazione noi insieme?

Sul divano bricioloni e tante gocce di caffè.

Sì amore, vieni qui. Vicino a me.

E andò a farsi benedire colazione e tutto il resto, soppiantati dal tuo cuore e dal tuo dolce miele fresco.

Ricordi anima mia dolce?

Trepidai col fiato in gola, quando il rosso tuo splendore passò davanti agli occhi miei. E fermai il mio respiro.

E quando ripresi conoscenza guardai il mondo tutto intero attraverso quel segreto. Le tue rosse mutandine.

Tutto quello che volevo, stretto e sodo, in quella preziosa dimensione. Di raggi fuoco ingioiellati di vermiglio e di rugiada.

Vivo solo per amare l’enigmatico mistero, e il plasma tuo purpureo, delle belle mutandine di cristallo e fili rossi. Principio intatto e acceso di fantasie intense e vere.

Come strani belli e rari m’apparvero gli oggetti in quel profumo femminile. Essenza che scompone tutto quanto per magia, cospargendo monti e valli di polveri lucenti.

Fili rossi, con sapienza millenaria, intrecciati con il verde dei tuoi occhi di smeraldo. Organi di senso di perfetta anatomia, luminosa e raffinata.

Un filtro che dà senso ad ogni frammento di reale.

Tutto passa attraverso mutandine rosse e nude d’un Natale assai speciale.

E sei volata via!

Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante…

Ricordi amore?

Era bello il riparo della siepe di corallo. E non volevo più tornare. Nel mondo piatto e spoglio delle cose sciocche e inutili.

Io vivo per sognare.

In pigiama tu correvi a piedi nudi, e i capelli al vento sciolti. Quel giorno di Natale.

Più tardi, quando sentimmo nuovamente la fretta del contatto, eri già indaffarata sui fornelli per il pranzo.

Accarezzasti quella pentola con gli occhi di magia e l’acqua subito fu pronta per la pasta col ragù.

Ma quell’acqua restò sola. E la pasta restò cruda.

Perché tu andasti via.

E ora vivo per soffrire.

Oggi è Natale un’altra volta, e sorprendo i raggi rossi della luce che lasciasti. Mentre il sole intreccia ancora i raggi suoi dorati con le mutandine tue al vento. Ormai prive del tuo culo.

Le passo ancora qui, davanti agli occhi miei. E m’accarezzo il volto duro con l’alone di profumo. Di ragazza immacolata.

Dentro il mio cervello stanco. E’ tutto così sodo. Come fosse ancora qui, in questo magico triangolo, il tuo tondo grosso e caldo.

Continuo ad impastare fragranze di garofano con lacrime d’amore.

Ricordi?

Gobba a levante luna calante. Un giorno nuovo per la luna che muore.

T’eri annunciata con l’aurora. E subito il vento t’aveva rialzato quel drappo tuo di seta per trascinarmi nell’incanto.

Fra le tue gambe un po’ dischiuse la musica soave della salvia di montagna, di menta e rosmarino. Con stupore mi stordii di quegli aromi tuoi pazzeschi. Di donna assai soave, angelica e ardente. Sensuale da morire.

Quel velo appena rotto aveva acceso il mondo spento facendolo più ricco. E divertente al punto giusto.

E sei volata via!

Così diverse s’erano fatte le angosce e le paure…

Percepite da quel tuo caleidoscopio le mie ansie s’erano rotte in mille raggi.

E s’era dissipato il mio dolore ridotto ormai in piccoli brandelli. Trasparenti.

La mia angoscia s’era fatta sopportabile.

Tutto lo spazio era stato liberato dalle tue mutandine colme di bontà. Così la polpa tua gioiosa, rigonfia dell’affetto, era entrata nella mente mia estasiata.

Tu sola m’hai fatto degno d’esistenza. Sai?

Le tue mutandine magiche e rosse….

Le ammirai in lungo e in largo col mio occhio stagionato di pesce morto quasi lesso. Quel bel giorno di Natale.

Ora sono qui smarrito.

Un rosso bel Natale con colazione pranzo e amore. Ma già per cena tu non c’eri.

Gobba a ponente luna crescente. La notte sorprende il sole che muore.

L’avevo assaporato fino in fondo quel panino di formaggio e mortadella. Che sapeva di speranza.

E ora vivo nell’attesa di gustarlo ancora qui.

Volli morderle davvero, le mutandine per saziarmi.

E fu così che tutto il mondo mi si sciolse in una danza di luci e di sapori, di onde e di colori.

Dalla cantina del passato ripesco la tristezza, per portarla su in soffitta dei ricordi miei sbiaditi. Per viverli di nuovo. Per custodirli nel mio cuore. E per tritarmi l’anima intera.

Ricordo che quel giorno i pesci presero a cantare. E gli usignoli compresero e risposero. Rammento gli elefanti che si misero in ascolto fermi e immobili, al tuo passaggio di regina.

Luminoso e trasparente. Sincero e molto schietto m’era parso il mondo d’improvviso, attraverso le mutandine tue d’aroma.

Ma sei andata via… via da me.

Gobba a ponente… gobba a levante… il sole che muore… la luna scompare.

Buio…

Il verde dell’abete si frammenta in mille stille, e tra i rami rinsecchiti si perdono le sfere. Ormai spezzate e tutte rotte.

C’è per cena del buon gulasch con patate già lessate. Peperoncino molto forte. Ricordi pure tutto questo?

Ora vivo per morire. Qui da solo. Con me stesso.

Non mi resta che lo spettro di quel rosso tuo scarlatto. Come un’eco quasi spenta di bagliori ormai lontani.

Perché tu non sei più qui, non più qui accanto a me.

Come bello era il mondo dentro quelle mutandine. A Natale fino a pranzo.

Ora muoio. Qui da solo. Per essere almeno ricordato.

Dal tuo cuore rosso e caldo.

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