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Questa pagina bianca è un deserto accecante.

Voglio rompere il silenzio. Urlare il dolore dell’anima ferita.

Voglio farlo. Ma chi mi ascolterà?

Mi piacerebbe inondare quest’ospedale con grida strazianti. Vorrei piangere.

Invece continuo ad emettere rantoli soffocati dall’inibizione e dal pudore.

Non so se riuscirò a dirlo. Ma so che devo farlo.

E lo farò.

Sono in questa stanza da oltre un mese. Un’eternità. Ma temo che presto sarò dimessa. Mentre io vorrei restare qui per sempre.

Perché qui dentro mi sento al sicuro.

Non so come sarò fuori di qui. Sono cresciuta. Ormai.

Il cielo insolente dilaga nei miei occhi attraversando impudente l’enorme vetrata, che non mi ripara da niente. Le nuvole laggiù. Sulle cime lontane dei monti azzurrini.

Tra le aiuole il vento. Gioca con gli arbusti. Mentre l’azzurro radioso mi ferisce e mi offende.

Là fuori la vita. Credo.

Sono diventata maggiorenne da poco. Adesso posso votare, firmare assegni, prendere la patente. Posso comprarmi una casa e una macchina. Sono adulta. E posso anche sposarmi.

Echi lontani. Pensieri ossessivi che mi girano in testa come mulinelli di sabbia.

Cose inutili.

Sempre quelle. Sempre le stesse.

Ma che cazzo significa essere maggiorenne…

Non lo capisco più.

Era la mia festa. Doveva essere la più bella. E ho ricevuto due regali bellissimi. Tobia è morto, e io sono stata ferita. Nel corpo e nell’anima.

Mi scende una lacrima. Strano. La prima dopo tanto.

Bagna il mio foglio. Creando un’oasi nel deserto senz’anima di questa carta abbagliante.

Voglio provare a scrivere la storia della mia sconfitta. La psicologa dice che mi farà bene.

Ero uscita alle quattro del pomeriggio per portare Tobia a passeggio.

Avevamo appena finito il pranzo della festa. Coi i nonni e gli zii.

Facemmo il giro dell’isolato. Come al solito. Volevo rientrare presto. Per salutare gli invitati.

Ma quando stavamo per girare si avvicinò una cagnetta randagia. Tobia si agitò di brutto. Mi dette uno strattone, e si è liberò del guinzaglio.

In un baleno raggiunse la bastardina, e insieme si dileguarono dietro l’angolo.

Erano le cinque del pomeriggio del quattro novembre. Il cielo già buio.

Con Tobia mi sentivo protetta. Perché dunque quella fuga inattesa?

Lo chiamai più volte a squarciagola. Poi cominciai a correre per cercarlo.

Girai l’isolato. Mi spinsi fino al vicolo delle Rose. Attraversai i giardinetti. Ma di Tobia, né dell’altro cane, nessuna traccia.

Entrai nel boschetto. E appena dentro la macchia sentii una tremenda botta in testa. Il mio stupore fu pari al dolore. Non c’erano rami bassi. E allora…?

Mi sembrò di perdere l’equilibrio e di cadere. E finalmente mi resi conto di essere stata spinta con forza da una furia scatenata.

Prima di poter riorganizzare i miei pensieri me lo ritrovai addosso senza possibilità di difesa. Non sentivo più forza nelle braccia. La testa mi doleva forte. Realizzai d’aver subito un’aggressione solo quando lui si alzò per allontanarsi in fretta.

Ero terrorizzata. E paralizzata.

Non avevo capito niente. Mi sembrava di vivere un brutto sogno. Un terribile incubo.

Ero confusa.

Per non so quanto tempo non riuscii a muovermi. Dietro il cespuglio intravidi la sagoma di un cagnetto che scappava scodinzolando. Volevo stropicciarmi gli occhi ma non riuscii a muovere le braccia.

In ospedale mi dissero che avevo un braccio spezzato e l’altro contuso.

Tobia fu trovato qualche ora più tardi dalla polizia. Ucciso e nascosto dietro un muretto.

Non sono riuscita a piangere per lui. Perché mi sono sentita tradita.

Ora sono qui. Io non esisto più. Perché la mia dignità non esiste più.

Ma sono maggiorenne! Sono adulta e responsabile. Autonoma e libera.

Sono una donna…. Una troia.

Sono stata scopata da uno sconosciuto.

Non avevo mai voluto farlo col mio ragazzo, perché avevo scelto di conservare la verginità per il matrimonio.

Sono stata stuprata. Il giorno del mio diciottesimo compleanno. Sono stata uccisa.

Non crescerò mai più. Resterò qui per sempre.

Questa è la mia realtà. Questa la mia maggiore età.

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